Fare il pagliaccio per conquistare consenso è facile, che la simpatia con le donne o nel calcio ha sempre il suo perché. Farlo perché ti piace e basta, essendo il più forte e attirandoti pure qualche antipatia per quegli atteggiamenti sopra le righe facile non lo è, ma è il motivo per cui ancora oggi parliamo di Jean Marie Pfaff, nonostante abbia smesso di giocare da trent’anni. Un’icona Pfaff: perché era fortissimo, su questo non ci piove, e perché lo si guardava sapendo che oltre alle parate avrebbe regalato altro. Un gesto estemporaneo, una battuta, o anche una divisa o un paio di guanti improbabili.

Sempre, pure quando, in una delle ultime apparizioni in porta all’Olimpico durante “La partita della vita” nel 1995, si presentò con guanti di cinque o sei taglie più grandi, facendosi portare diversi gelati, mangiati tranquillamente durante la gara…anche su una sedia messa in porta da lui stesso. Ma sì, in un’amichevole di beneficenza tra ex calciatori cosa vuoi che sia? E invece no: non il gelato, ma la mela se l’è mangiata pure quando giocava in nazionale, col Belgio, e gliela tirarono dagli spalti di Rotterdam, in un’amichevole contro l’Olanda. E ovviamente ringraziò per quella mela arrivatagli non proprio amichevolmente. Cosa vuoi dirgli di più? Già, perché bastava un gesto di Pfaff per lasciare a bocca aperta e far finire lì discussioni partite come un calcio di rigore contro: parate con un sorriso.

E non poteva essere altrimenti, per Jean Marie, figlio (uno degli undici) di una famiglia di ambulanti: cresciuto in una roulotte e messo in porta per il suo fisico non proprio longilineo, gioca nella squadra dei sei fratelli maschi, i “Diavoli Rossi” si chiamano. E in porta ci resta anche quando le braccia vorrebbero amputargliele per un incidente avuto da bambino: i dottori vorrebbero amputargliele, la famiglia dice no. E allora dimagrisce, ma resta in porta: niente di serio eh, il calcio per Pfaff in fondo troppo sul serio non lo è mai stato, e infatti lavora e gioca. Restando nella roulotte, perché in fondo quel mondo di gente semplice e che si aiuta gli piace…fin quando si sposa. Comincia nel Beveren, che crede in lui fin da ragazzino. È forte Jean Marie: non troppo alto, ma vola, ha senso della porta e tanto coraggio. Per forza: è un po’ matto. Si prende la nazionale per questo, nonostante l’allenatore, Guy Thys, non avesse in grossa simpatia tutto quell’estro: ma se uno è il più forte di tutti non è che si può fare altro rispetto al farlo giocare. Farlo giocare anche quando Cruijff gli segna un gol memorabile… e lui che in barba alla rivalità, e soprattutto a ciò che è conveniente per l’immagine, semplicemente esce dalla porta e va ad applaudire il 14 olandese. “Aveva fatto un gran gol, cosa potevo fare?”: questo era Pfaff.

Lo stesso che, con le sue parate si guadagna la maglia da titolare al Bayern di Monaco, esordendo con una papera colossale, e che quando Uli Hoeness lo avvicina per rassicurarlo, lui sorride con tutta la calma del mondo e spiega che in fondo è contento, una schifezza del genere all’esordio col Bayern l’avrebbe reso famoso. Con Hoeness che dopo quella risposta gli vieta le interviste…è pur sempre il Bayern. Non solo: le amichevoli con un assurdo cappellino con due mani attaccate sopra, con cui talvolta va in campo. Perché? Perché su quel cappellino c’è anche un cordino, che Pfaff tira dopo ogni parata, facendo alzare le mani che si uniscono in un applauso. E tra una follia e l’altra le tre Bundesliga e le due Coppe di Germania col Bayern, le incredibili parate che portano il Belgio alla semifinale del Mondiale ’86. Poi il Lierse e infine il Trabzonspor. E dopo il calcio il vino, qualche comparsata da attore, addirittura un reality. E domani compie 68 anni: buona parte trascorsi a dare schiaffi al mondo che si prende troppo sul serio coi suoi guantoni da clown.

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