La Abuela di Paco Plaza è il manifesto del cinema horror contemporaneo. Quella sottile linea rossa dell’incubo ad occhi aperti in interno giorno/notte che parte lontano da Rosemary’s baby per arrivare, appunto, a Rec (2007) dello stesso Plaza e del compare Jaume Balaguerò. Tra l’altro, una volta che i due registi spagnoli hanno esaurito il filone aurifero del suddetto Rec (arrivando al terzo capitolo insieme) si sono separati e Plaza si è come preso la primogenitura della matrice “casa infestata madrilena”.

Mentre si trova a Parigi per lavoro la modella 24enne Susana (Almudena Amor, semplicemente una gioia) è costretta a tornare a Madrid perché sua nonna Pilar (Vera Valdez, autentico mostro di bravura muta per tutto il film) ha avuto un ictus. L’anziana ora in stato mentalmente catatonico ma fisicamente attiva, non riconosce più la nipote ed ha improvvisamente bisogno di essere accudita 24 ore su 24, ogni giorno, nel suo ampio appartamento madrileno. Perso un agognato set fotografico parigino, a Susana toccherà rimanere più del previsto a casa con nonna alla ricerca di una badante e soprattutto perché nel suo passato da bambina in quella casa ci sono ricordi che non le sembra di aver mai vissuto. La Abuela, ovvero La Nonna, è girato con una stabile e affilata camera a spalla, praticamente tutto dentro un appartamento rettangolare distribuito su numerose anche se non sfarzose stanze riempite con una fitta e significante serie di oggetti (la tv, medaglioni con foto antiche, specchi, lampade, tendaggi, pupazzi, mobili, padelle) che crea una continua alterata percezione del presente per la protagonista.

L’orrore non è mai scorciatoia dell’effettaccio ma rimane sul piano delle svolte narrative della storia (la nonna che scompare e riappare all’improvviso, l’incidente mortale alla badante osservato dalla finestra, ecc..), oltre a riverberarsi sinistro in una sorta di caducità del corpo femminile su cui si addensa la scintilla fittizia della possibilità di trasformazione fisica della modella Susana e il fatto che l’attrice che interpreta spesso nuda Pilar, Vera Valdez, è stata in gioventù una vera modella di Chanel. Infine La Abuela è la rifinitura precisa e definitiva di cosa significhi direzionare lo sguardo dello spettatore dentro un appartamento abitato da due personaggi per un’ora e trentacinque minuti di film. Nel senso che la macchina da presa di Plaza spinge e obbliga l’occhio dello spettatore a seguire, dentro ad una inquadratura ampia oltretutto, ogni incredibile accidenti di sfumatura, dettaglio o gesto che vuole. Piovono fuori vista, luce e buio spaventano, celano, rivelano anche quando le tenebre non calano, false prospettive di sguardo in soggettiva si susseguono. Un film che fa saltare sulla sedia senza mai pensare alla giocoleria propria del genere horror. Semplicemente perfetto.

Spiace ogni tanto essere cattivelli con il cinema italiano, però quando si finisce in un Concorso come quello del Torino Film Festival, che non è proprio robetta, un tantino di sostanza in più bisogna offrirla. Parliamo de Il muto di Gallura di Matteo Fresi che mette in scena una faida di metà ottocento realmente accaduta a colpi di schioppo, pistole e coltelli, tra le famiglie Vasa e Mamia. Nella realtà morirono uccise in agguati tra singoli sicari oltre 70 persone. Anche se Fresi, dopo la partenza fraterna tra famiglie vicine dovuta ad un matrimonio che sembrava cosa fatta, si concentra sullo scontro che avviene nello scorrere di qualche anno tra un quartetto capitanato dal sordomuto Bastiano (Andrea Arcangeli, fin troppo pulitino) e da Pietro Vasa (quel Marco Bullitta che conoscevamo giovanissimo nei corti del Pavonificio Ghinazzi) contro il capofamiglia dei Mamia e un paio di suoi familiari. La buttiamo giù così senza fronzoli, perché di fronzoli Il muto di Gallura non ne ha.

Indeciso tra un approccio illustrativo da ricostruzione civica del dì di festa, un’apparente tensione nel coacervo smosso tra azione e western, e la solita accademica dizione teatrale dell’ufficiale piemontese e del prete (la legge e l’ordine dell’epoca), il film di Fresi non decolla mai, o meglio non si lascia andare nella lordura della violenza, nello sporco delle facce, nel fascino mefitico del dialetto, nell’epica tragicità della mattanza fratricida. Tutto in scena sembra sempre così trattenuto, inautentico, rimandabile alla sequenza successiva tanto che il risultato più evidente è la latitanza del pathos. E in un film dove ci si ammazza sparandosi pallettoni e sgozzandosi non è mica una cosa da nulla. Insomma, un sincero peccato.

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