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Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’: ho il magone a pensare che non ci sei più da 45 anni

Chissà quante altre intemerate avresti scritto oggi, in un mondo crudele quanto ieri, ma immerso nel silenzio assordante d’una musica che non se ne preoccupa più
Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’: ho il magone a pensare che non ci sei più da 45 anni
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di Eugenio Lanza

Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’. Perché a pensare che questo 2 giugno sono 45 anni che non ci sei, un po’ mi viene il magone, e allora tanto vale parlarti direttamente.

E confessarti che questa triste ricorrenza mi fa così male anche perché non ti ho mai incontrato. Non t’ho mai potuto dire che avrei voluto un amico come te, e oggi non posso dirti che nel ‘79 avevi ragione, quando proferisti parole pesantissime durante un concerto. “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera”.

È vero, non ci sono riusciti. Anche se tu, delle cose sbagliate di quell’Italia, conoscevi anche quelle occulte.
Sapevi dove si trovasse la sede della P2 prima che venisse scoperta, e che il suo maestro venerabile fosse l’ex direttore commerciale della Permaflex Licio Gelli, tanto per dirne una. Sta di fatto che l’8 gennaio del 1979 venisti scagliato contro il guard-rail da un fuoristrada che correva contromano, e ti salvasti per miracolo, all’interno della tua amata Volvo. Ditta da cui ti affrettasti a ricomprare un nuovo modello, che divenne la tua ultima casa quando alla fine un altro “incidente” riuscì ad esserti fatale. Ma io voglio ricordare quel che sei stato prima.

Nato a Crotone e vissuto a Roma, hai sempre amato quella vita spezzata così presto, riempiendola di colori. Tanto che quando tuo padre ti assicurò un grigio posto fisso in banca tu rifiutasti, pretendendo fiducia nelle tue capacità. Dimostrate in un tempo piccolo ma denso, scandito dai tuoi sei album.

Nel 1974 l’esistenzialista Ingresso libero, con cui ci hai fatto entrare nel tuo animo sensibile e riflessivo. Chiuso con L’operaio della Fiat la 1100: dove la follia di vivere per il padrone è punita con un contrappasso: trovarsi l’auto bruciata da qualche altro folle. Nel 1976 l’improvviso successo, con uno dei dischi più belli di sempre: Mio fratello è figlio unico. Nella cui title track dichiari il tuo amore a tutti i Mario del mondo: quei battitori liberi dall’animo fragile, ma incapaci di accettare le ingiustizie che la gente fingeva di non veder più.

Nel 1977, con Aida, sei passato dall’introspezione all’attacco, facendo a pezzi quell’Italia che avresti voluto diversa. Senza smettere di chiederti, escluso il cane, chi è che ci dice “ti amo”. L’apice del successo nazionale arriva con Nuntereggae più, nel 1978. L’album più diretto e aggressivo di tutti, ma anche il più adatto alle radio. Tanto che, con Gianna, arrivasti terzo al Sanremo ’78. Infine, nel 1979 Resta vile maschio, dove vai?, e nel 1980 l’ultimo album: E io ci sto. Nuovi nemici, stessa energia.

E chissà quante altre intemerate avresti scritto oggi, in un mondo crudele quanto ieri, ma immerso nel silenzio assordante d’una musica che non se ne preoccupa più. Pensa che c’è addirittura qualcuno, tra i tuoi seriosi ex colleghi, che adesso ha elevato l’ignavia a valore morale da custodire, e addirittura indispensabile per un cantautore. Penso proprio facessi bene a sbertucciarli, perché privi di quel coraggio necessario a dire sempre quello che si pensa, anche a costo di morire come hai fatto tu. Servirebbe oggi un artista così coraggioso, al posto di chi ama abbandonarsi a una vacua malinconia, o alla risibile imitazione di disimpegnate pose statunitensi.

Prima di salutarti, Rino, voglio ringraziarti per l’unica tessera che manca in questo magnifico puzzle. Il 1975, che dedicasti a una canzone sola. Mi capita di alzare gli occhi e cercarti, soprattutto nelle giornate storte. Quelle in cui vorrei accartocciare l’esistenza e ricominciare da capo, come capita a tutti. Allora mi metto un paio di cuffie e ascolto i tuoi consigli, realizzando che mi manca solo un po’ della tua filosofia. E alla fine me lo ricordo. Che per quanto nera possa apparirmi una situazione, Il cielo è sempre più blu.

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