La giustizia e l’informazione, ancora una volta e più che mai, in vista dell’elezione del capo dello Stato e di un temutissimo ma non impossibile voto anticipato, ritornano come negli anni ruggenti del berlusconismo ad essere al centro dell’interesse della casta ricompattata trasversalmente da destra a sinistra per tutelare la sua sopravvivenza. Garantire, sempre e comunque, l’impunità agli eletti, anche sotto le mentite spoglie di una presunta tutela dell’immunità parlamentare, come pretende Renzi per l’inchiesta Open, e poter controllare totalmente la Rai estromettendo definitivamente il M5s di Conte, non sufficientemente omologato, sono la priorità assoluta per l’intero “arco costituzionale” al tempo di Draghi: ovvero tutti, esclusi i grillini.

Sul fronte giustizia, due casi giuridicamente diversi sotto un profilo strettamente tecnico, ma intimamente connessi, danno una precisa e allarmante conferma della determinazione della politica di mettere (quasi) sempre, e a prescindere, i suoi al riparo dal controllo di legalità: e non importa se occorre arrampicarsi sugli specchi, “estendere” a proprio uso e consumo le previsioni costituzionali, dilatare a piacimento le norme applicative. Nello stesso giorno la giunta delle immunità della Camera in tempi molto brevi ha “salvato”, negando l’autorizzazione all’uso delle intercettazioni che lo riguardano, Cosimo Ferri, già potente capo corrente di Magistratura Indipendente nonché deputato renziano; e quasi in contemporanea nella Giunta per le immunità del Senato la relatrice di Forza Italia ha fatto propria la richiesta di Matteo Renzi di tutelarsi davanti alla Corte Costituzionale nei confronti dei pm dell’inchiesta Open in merito all’acquisizione di dati processuali (conversazioni) operata nei confronti di un altro indagato non parlamentare.

La prima delle intercettazioni negate, la più importante per l’esito del procedimento disciplinare a carico di Cosimo Ferri, ci riporta alla riunione clandestina e notturna dell’Hotel Champagne nel 2019 dove Luca Lotti, vicinissimo a Renzi anche dal Pd, già indagato a Roma nel caso Consip e di lì a pochi mesi rinviato a giudizio per favoreggiamento e a seguire per rivelazione di segreto d’ufficio, pilota insieme a cinque consiglieri del Csm nomine e carriere ai vertici degli uffici giudiziari a cui è particolarmente interessato: Roma, Perugia e Firenze in primis.

E ora dopo che il Csm aveva aperto un procedimento disciplinare che avrebbe potuto (finalmente) costare la carriera all’iperattivo Cosimo Ferri, una volta messi da parte i panni del politico, a salvarlo dalle rivelazioni inconfutabili dell’aborrito trojan nel telefono di Luca Palamara sono gli stessi politici che tutti i giorni in coro inveiscono contro le malefatte dei magistrati, i guasti delle correnti e il degrado dell’organo di autogoverno.

La larga maggioranza che in Giunta ha messo al riparo il factotum, secondo forse solo a Palamara, con l’argomentazione della “non casualità” delle intercettazioni divenute così inutilizzabili, include FI, Leu, Lega, Italia Viva e Pd. Partiti non assimilabili, ma che pur se con toni diversi denunciano implacabili i mali della giustizia, giudicano a sproposito inchieste e sentenze accecati dalla partigianeria, firmano compattamente o in ordine sparso i referendum anti-giudici di Radicali e Lega e così come hanno isolato il M5S – unico a votare a favore dell’autorizzazione all’uso del trojan – hanno apertamente osteggiato o preso le distanze dalla Riforma Bonafede, che proponeva correttivi ragionevoli contro la deriva correntizia.

Il “caso Renzi” è, se possibile, ancora più eclatante: mentre proclama nei talk di non volere assolutamente avvalersi dell’immunità, il 7 ottobre aveva preventivamente e inusualmente inoltrato alla presidente del Senato una vibrante richiesta per essere tutelato “con tutte le azioni a tutela del suo diritto di parlamentare”, incurante della risposta già ottenuta dalla Procura di Firenze dove si spiegava che le conversazioni agli atti non rientrano nelle attività precluse ex art. 68 Cost. La pretesa di Renzi che i magistrati non ficchino il naso nella Fondazione Open, un’inchiesta che configura finanziamento illecito e corruzione nella gestione di quella “cassa personale messa in piedi da un segretario di partito sotto gli occhi di tutti quelli che gli erano vicino” – come ha sintetizzato Pier Luigi Bersani a 8 e mezzo – per ora ha ottenuto la proposta della relatrice in giunta di aprire un conflitto di attribuzioni nei confronti della procura davanti alla Corte Costituzionale. A breve verrà ascoltato Renzi, che si esibirà in un altro prevedibile one man show istituzionale; poi in tempi molto brevi il voto in giunta, con esito scontato, dato che Italia Viva più il centrodestra ha la maggioranza. E la convergenza, tanto più in vista della partita del Quirinale, è quasi certa anche in Aula, dove si aggiungeranno tutti i renziani nel Pd.

Naturalmente, dal circuito politico-mediatico della casta, il salvataggio di Cosimo Ferri è totalmente scomparso; quanto all’inchiesta Open, quando è presente in tv e giornali viene con un certo sprezzo del ridicolo liquidata come “processo mediatico”. E d’altronde ad essere messi sul banco degli imputati sono il M5S e Conte per aver posto 13 semplici domande a Renzi sui soldi alla fondazione Open e sulla macchina del fango della comunicazione renziana, mutuata da quella berlusconiana di Pio Pompa.

Quasi logico e scontato che il punto di vista di tali disturbatori seriali, nonostante siano tuttora il partito di maggioranza relativa, sia stato semplicemente azzerato nella spartizione del servizio pubblico in prossimità dell’elezione del capo dello Stato e in vista delle politiche che forse, non si sa come né quando, ci saranno.

Quello che è avvenuto con le nomine Rai sotto l’ipocrita e ridicola copertura del “merito” è solo un’occupazione e “una lottizzazione inversamente proporzionale ai consensi”. Ma naturalmente la colpa è sempre loro: del M5S in ordine sparso, e di Conte “coniglio mannaro” che ora fugge anche dalla Rai oltre che da Renzi, incapaci di fare politica, lottizzatori mancati e arrabbiati, vittime della loro inadeguatezza. Il processo è iniziato e gli accusatori, forti di argomentazioni granitiche si moltiplicano: da Cerasa (Il Foglio) a Formigli (PiazzaPulita) fino all’ineffabile Stefano Cappellini, giornalista di Repubblica con moglie in Rai sotto la direzione dell’onnipresente e neo-promosso Mario Orfeo, che twitta sarcastico: “La lottizzazione è uno scandalo, noi la combattiamo!… Ora però dateci la nostra parte di bottino e nessuno si farà male”.

Il giochino è sempre quello, rimproverare di incapacità e incoerenza (e da quali pulpiti) il M5S perché non ha portato a casa le riforme che si riproponeva, quando è arcinoto che non ha mai avuto i numeri in Parlamento per farlo ed è sempre stato marginalizzato e avversato a reti e testate unificate.

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