La sua voce era stata registrata dal trojan installato sul telefono di Luca Palamara. Era la sera del 9 maggio del 2019 e Cosimo Ferri era tra quelli che all’hotel Champagne di Roma discutevano delle nomine che in quel momento erano sul tavolo del Consiglio superiore della magistratura. Per quei fatti il magistrato portato in Parlamento da Matteo Renzi è finito sotto procedimento disciplinare a Palazzo dei Marescialli. Che però rischia di non poter utilizzare quelle registrazioni. La Giunta delle autorizzazioni della Camera, infatti, ha detto no all’uso delle intercettazioni relative all’ex sottosegretario alla Giustizia. Tutti i deputati, tranne quelli del Movimento 5 stelle, hanno votato a favore della proposta del relatore Pietro Pittalis di Forza Italia, che aveva chiesto di negare l’uso dei file audio registrati col trojan.

Solo i 5 stelle votano contro – “Abbiamo accolto la proposta di diniego dell’utilizzo di tutte le captazioni informatiche delle conversazione del”onorevole Ferri richiesta dalla sezione disciplinare del Csm, in quanto è stata acclarata la non casualità proprio sulla base degli atti di indagine trasmessi all Giunta stessa. Hanno votato tutti a favore, tranne i Cinque stelle. Da relatore, ho cercato di non far entrare la politica in questa vicenda, ma solo l’applicazione delle regole scritte e dei principi costituzionali”, dice il berlusconiano. “Abbiamo votato contro perché, a nostro avviso, le intercettazioni che riguardano Ferri sono casuali e lo riguardano come magistrato, non come politico. L’indagine era quella su Palamara, dove Ferri non è mai entrato nel perimetro dell’atto di indagine”, dice invece Eugenio Saitta, membro della Giunta per le autorizzazioni dei 5 stelle. Anche il Pd ha votato per non concedere l’utilizzo delle intercettazioni. “La nostra è stata una valutazione di ordine tecnico-giuridico, se potessero ritenersi casuali queste intercettazioni e captazioni su Ferri. La nostra conclusione è stata che, secondo noi, ci sono molti elementi che fanno presumere che non fossero casuali, che ci fosse una presunzione di consapevolezza degli inquirenti che a queste conversazioni captate tramite trojan partecipasse anche Ferri nell’ambito dell’indagine che poteva riguardare anche lui. Questo ci ha fatto propendere per la decisione di non consentire l’autorizzazione, perchè abbiamo ritenuto si tratti di intercettazioni non casuali ma indirette”, dice Alfredo Bazoli, vice presidente dem della Giunta delle autorizzazioni della Camera.

La vicenda del’hotel Champagne – Adesso la palla passa all’Aula della Camera che dovrà esprimersi per confermare o bocciare il no all’utilizzo delle intercettazioni: si potrà votare anche col voto segreto. “Confido che anche in Aula prevalga il giudizio tecnico giuridico formulato dalla Giunta”, commenta Ferri alle agenzie di stampa. È il 9 maggio del 2019 quando in una saletta dell’hotel Champagne si riuniscono Palamara, Ferri e Luca Lotti, deputato del Pd e in quel momento sotto inchiesta da parte della procura di Roma per il caso Consip (sarà poi rinviato a giudizio per violazione di segreto). Con loro anche cinque consiglieri del Csm che discutevano su come provare a influenzare la nomina del nuovo procuratore di Roma. “Se va lo schema Viola noi poi dobbiamo avere il nome per Perugia e dobbiamo vedere quando inizia la storia degli aggiunti”, è una delle frasi pronunciate da Ferri.

Il “processo” al Csm: le accuse – Per queste parole Palazzo dei Marescialli lo ha messo sotto procedimento disciplinare: lo accusano di aver tenuto “un comportamento gravemente scorretto nei confronti di altri magistrati componenti il Consiglio Superiore della Magistratura”, perché era “idoneo ad influenzare, in maniera occulta, la generale attività funzionale della V Commissione dell’organo di autogoverno, in ragione della circostanza che, nel corso di una riunione notturna tenuta nella notte del 9 maggio 2019 in luogo diverso dalla sede consiliare, egli – benché soggetto estraneo alla funzione ed all’attività consiliare ed espressione di altro potere dello Stato, in quanto Parlamentare – forniva un contributo consultivo, organizzativo e decisorio sulle future nomine di direttivi di vari uffici giudiziari, tra cui, la proposta inerente la nomina del Procuratore della Repubblica di Roma”. Palazzo dei Marescialli fa notare che la nomina a procuratore capo della Capitale era “di diretto interesse personale per almeno due di tali soggetti estranei alle funzioni consiliari presenti, quali il dott. Palamara ed il dott. Lotti. In particolare, nei confronti di quest’ultimo, per il quale era già stato richiesto il rinvio a giudizio dinnanzi al Tribunale di Roma, il nominando procuratore della Repubblica di Roma avrebbe dovuto sostenere la funzione di accusa”.

Le eccezioni di Ferri – Un altro illecito disciplinare contestato al deputato renziano è legato al fatto che “teneva un comportamento gravemente scorretto nei confronti dei magistrati che avevano presentato domanda per il conferimento dell’ufficio direttivo di Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma (ed, in particolare, dei dottori Lo Voi, Creazzo e Viola)”. E ancora la commissione sostiene che Ferri ha “posto in essere un uso strumentale della propria qualità e posizione, diretto, per le modalità di realizzazione a condizionare l’esercizio di funzioni costituzionalmente previste, quali la proposta e la nomina di uffici direttivi di vari uffici giudiziari da parte del Consiglio Superiore della Magistratura“. La difesa di Ferri al Csm ha sostenuto una serie di eccezioni. Le principali sono soprattutto due: la prima è legata a un presunto difetto di giurisdizione della Sezione disciplinare visto che Ferri, alla data dei fatti contestati, era in aspettativa per mandato parlamentare. Un’eccezione che per il Csm era infondata. Il deputato, però, ha anche chiesto di non utilizzare le intercettazioni proprio perché può beneficiare dell’immunità prevista per i parlamentari: essendo la natura delle registrazioni indiretta, le registrazioni non potevano essere utilizzate senza autorizzazione parlamentare.

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