A circa un anno dalla prima puntata del cosiddetto “caos procure” o “bufera sulle toghe” innescato dallo scenario ai limiti della realtà, emerso grazie al (benedetto) trojan nel cellulare di Luca Palamara, con il deposito degli atti dell’indagine di Perugia in cui il Pm romano, già consigliere del Csm e presidente dell’Anm, è indagato per corruzione, la scena si è affollata notevolmente e il perimetro del campo d’azione di protagonisti e comprimari si è dilatato in modo capillare e pervasivo, tanto da suscitare l’attenzione del Pg della Cassazione in vista dell’attivazione di probabili ulteriori procedimenti disciplinari.

Ora l’immagine tristemente impressionante di quella riunione clandestina del 9 maggio 2019 all’hotel Champagne di Roma tra Luca Lotti – parlamentare Pd ed ex ministro renziano rinviato a giudizio nell’inchiesta Consip per favoreggiamento – e ben cinque consiglieri del Csm, tra cui spiccano per “attivismo ed intraprendenza” Cosimo Ferri e Luca Palamara, s’inscrive nella smisurata ragnatela dei contatti “non istituzionali”, per usare un eufemismo, delle interferenze e delle manovre di scambio su nomine e carriere puntualmente delineata dalla mole di conversazioni intercettate già nel marzo 2019 e note con la chiusura dell’inchiesta.

Così si dispiega davanti ai cittadini destinatari della funzione giurisdizionale un’articolata strategia messa in atto da componenti di un organo costituzionale, quale è il Csm, e/o massimi rappresentanti dell’Anm finalizzata al conseguimento di interessi personali e correntizi piuttosto che al buon funzionamento delle sedi giudiziarie, con un occhio particolare a quelle più “strategiche” come Roma e Perugia.

La fittissima rete di messaggini compiacenti e accattivanti tra l’ex presidente dell’Anm e tanti suoi colleghi per lanciare o frenare carriere, scambiare posizioni, distribuire premi o punizioni come in una lotteria pilotata secondo logiche di potere antitetiche a qualsiasi considerazioni di merito e di correttezza ha coinvolto – oltre Unicost, corrente di Luca Palamara, e Magistratura Indipendente di Cosimo Ferri, ex toga nonché senatore renziano stoppato dalla Consulta nel tentativo di bloccare l’utilizzo delle sue conversazioni con Palamara, da sempre “sensibili” alle sollecitazioni della politica – anche le correnti progressiste di Magistratura Democratica e di Area.

L’unica eccezione è rappresentata, come risulta da quanto pubblicato dal Fatto e dalla Verità, da Autonomia e Indipendenza di Piercamillo Davigo fieramente estranea alla pratica consolidata e trasversale delle correnti di destra, centro e sinistra, con buona pace del merito, “dell’uno a me, uno a te”.

E comprensibilmente, come ha ribadito con il noto vigore il suo più rappresentativo fondatore anche a Piazzapulita, non vuole essere accomunata al discredito generalizzato che viene riversato indistintamente sull’intera magistratura: un discredito generalizzato dovuto all’indignazione e allo sconcerto, ma alimentato anche da una campagna politico-mediatica dettata dall’ancestrale desiderio del regolamento di conti con i magistrati, in particolare con i Pm ancora pericolosamente indipendenti e “sovra-rappresentati”.

Proprio per dare un segnale inequivocabile di totale inversione di rotta, per evitare che i diffusi commenti da bar del genere “sono una casta, peggio dei politici” diventino tout court opinione dominante, se non lo sono già, per scongiurare controriforme che ridurrebbero solo l’autonomia della magistratura legandola ulteriormente alla politica senza intervenire sulle derive carrieristiche e correntizie, è necessario ancor più che auspicabile che la riforma Bonafede approdi in consiglio dei ministri entro pochissimo tempo, perché l’elemento tempo, dopo averne perso troppo, è di vitale importanza.

La modifica del sistema elettorale del Csm con doppio turno e ballottaggio per ridurre l’influenza nefasta delle correnti mi sembra sia la garanzia minima da attuare di fronte ad una situazione talmente degradata e, contrariamente a quanto ho sempre pensato, a questo punto sarei favorevole anche ad una quota di eletti per sorteggio come aveva proposto inizialmente Bonafede, stoppato da Pd e Anm.

Così come “gli oggettivi criteri meritocratici nell’assegnazione degli incarichi” e specificamente “per le nomine ai vertici degli uffici giudiziari” previsti dal provvedimento di Bonafede sembrerebbero talmente basilari da suonare scontati e condivisibili da tutti sulla base del buonsenso. Invece introdurli costituisce una sfida, una rivoluzione, una battaglia dall’esito tuttora incerto.

Queste misure basiche e minimali, che pure non possono da sole risolvere integralmente un disastro istituzionale di tali dimensioni, devono essere licenziate dal consiglio dei ministri e approvate dal parlamento in tempi record e senza stravolgimenti o annacquamenti di sorta, se non si vuole passare dal caos all’abisso da cui non si salverebbe nemmeno la politica qualora si dimostrasse per pura propaganda, protagonismo, interessi di bottega, desiderio di rivalsa contro la magistratura, indisponibile a varare misure per ridurre da subito il danno.

Molto opportunamente Sergio Mattarella, dopo aver ribadito “sconcerto e riprovazione per quanto emerso”, ovvero “la degenerazione del sistema correntizio” e “la inammissibile commistione fra politici e magistrati”, ha richiamato i partiti alle loro responsabilità, in quanto “la Costituzione non affida il compito di una riforma al presidente, ma a governo e parlamento”, riforma peraltro già sul tavolo della maggioranza.

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