Da Bruxelles a Roma, fino a Palermo la questione “spiagge” si fa sempre più calda. L’ultima scintilla è arrivata dalla Sicilia, dove l’assessore siciliano al Territorio, il centrista Toto Cordaro, lo scorso 10 novembre, sembrava aver lanciato l’isola verso una dichiarazione di guerra contro le altre istituzioni: “Riteniamo che la regione siciliana abbia creato presupposti giuridici diversi rispetto a quelli di tutte le altre regioni italiane – aveva sottolineato Cordaro in una nota -essendo l’unica ad avere esteso al 2033 le concessioni demaniali marittime vigenti per legge. Basterebbe già solo questo, oltre al fatto che la Sicilia, Regione a Statuto speciale, ha competenza esclusiva in materia di demanio marittimo, per differenziarsi dal resto d’Italia”.

Sul tavolo del paventato braccio di ferro istituzionale ci sono le concessioni delle coste: Bruxelles bacchetta l’Italia perché non le ha ancora messe a bando, prorogando quelle già esistenti, il Consiglio di Stato risponde, proclamando le concessioni in vigore solo fino al 31 dicembre del 2023. La Comissione Ue invita quindi il governo a dare seguito il prima possibile alla decisione dei giudici amministrativi. Così la Sicilia alza la testa, ricordando che sull’isola scadranno solo nel 2033.

Ma dopo la combattiva dichiarazione, ora Cordaro frena: “Non ho tratto conclusioni, ci sono passaggi politici fondamentali”. Un passo indietro in vista della riunione di oggi quando tutti gli assessori regionali al territorio si incontreranno per decidere una condotta comune. L’isola dunque non si sfila. Ma batte i pugni sul tavolo: “Ho solo ricordato che la Sicilia, diversamente da altre regioni, si è dotata di una legislatura ad hoc, regolando già il settore balneare: il durc in regola e la certificazione antimafia sono i presupposti che abbiamo stabilito per ottenere nuove concessioni”. Secondo Cordaro, quindi, la Sicilia avrebbe già autonomamente risposto alle indicazioni europee, regolando il settore. E prorogando le concessioni fino al 2033. La data indicata dal Consiglio di Stato come nuova scadenza, non va giù a Cordaro, che è un avvocato: “Legittimo che indichi le proroghe non valide ma che addirittura segnali una nuova data di scadenza mi pare il segno di una politica che ha abdicato al suo ruolo: stabilire una data spetta al legislatore non al Consiglio di Stato”.

La battaglia si annuncia dura, e per gli addetti ai lavori il perché è presto detto: si consuma, pare, su un terreno molto appetibile per i cosiddetti “poteri forti”. Il timore che rimbalza tra i gestori dei lidi balneari, infatti, è quello dei grandi capitali esteri. E lo dichiara anche Cordaro: “Non vorrei andasse come in Grecia, dove le coste sono finite tutte in mano ai russi”. Ci sarebbe questo, dunque, dietro la tirata d’orecchi arrivata all’Italia da Bruxelles. D’altronde, le spiagge italiane fanno gola: “Fino a pochi anni fa, su 10 ombrelloni che si aprivano in Europa, 7 erano italiani, quindi quando si parla di spiagge, si parla d’Italia”, sottolinea, Santino Morabito, della Fiba- Confesercenti.

Fondatore di uno stabilimento balneare nella punta più estrema della Sicilia, quella che guarda al resto della penisola da una distanza di soli 3,5 km, Morabito vanta un’esperienza ultraventennale nel settore, e avverte: “Non è la Sicilia a fare gola ai capitali russi o arabi, perché solo Taormina può vantare stabilimenti sopra soglia: ovvero con un coefficiente di redditività di alto livello”. La Sicilia però è ancora poco “colonizzata”. Su 425 km di spiagge, meno della Sardegna che ne conta 595, ha però una percentuale di occupata da stabilimenti, complessi turistici e circoli più alta: 22,4% contro il 20,7 % della Sardegna. Niente a confronto con la Liguria che su 114 km conta il 69,9 per cento. Una cifra di occupazione contenuta, tutto sommato, per un settore economico che non vede investimenti milionari: “Nessuno fa grossi fatturati da queste parti, parliamo anche di giovani imprenditori che come alternativa cosa avrebbero: La siderurgia? La lavorazione del marmo?”, provoca Morabito.

L’isola, dunque, povera di aziende, centrata soprattutto sul terziario, vede nelle strutture balneari una delle pochissime risorse ancora da sfruttare. Ma Legambiente lancia l’allarme: “Stiamo parlando di un patrimonio inestimabile che viene sfruttato per farci pub, discoteche, in barba da ogni regola, perché le concessioni dovrebbero limitarsi a servizi legati alla fruizione del mare. Bisogna fare una distinzione tra chi ha un’attività regolare, e il caos che c’è in giro”, avverte Gianfranco Zanna, presidente di Legambiente Sicilia. E punta il dito: “Un patrimonio di tutti continuamente privatizzato”.

Sono in tutto 3mila le concessioni balneari in Sicilia, di queste circa 600 sono state tutte rinnovate fino al 2033, mentre le altre sono in via di definizione. Tutte con una spesa di occupazione delle spiagge che varia da 4 a 7 euro a mq. E se ci sono ampie porzioni di costa completamente inalterate, su altre la concentrazione di lidi è molto fitta. Prima tra tutti c’è Mondello, la cui percentuale di occupazione da parte di strutture balneari della spiaggia è del 65%: “Una legge regionale ha ridotto la distanza tra un lido e l’altra da 100 metri a 25”, indica ancora Zanna.

A Mondello, a farla da padrona, c’è la società italo-belga che gestisce L’Ombelico del mondo: “Facciamo un fatturato in entrambe le nostre strutture di 600mila euro l’anno, a questa cifra va sottratta la somma per gli stipendi (10 famiglie), le tasse, i fornitori: i profitti sono il 15/20% di fatturato”, dichiara Alessandro Cilano, titolare de L’Ombelico del Mondo e presidente regionale di Fiba-Confesercenti Sicilia. Che rivendica: “Qualora si dovesse davvero mettere tutto di nuovo a bando, ci auguriamo che si possa trovare un equilibrio che possa garantire non solo l’eco-sostenibilità ma anche l’appartenenza al territorio. L’esperienza sul campo come elemento discriminante. Un po’ come hanno fatto in Francia o in Croazia: prima loro, poi tutti gli altri”.

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