La quinta giornata della Cop26 di Glasgow dedicata ai giovani si è aperta con lo sfogo di Greta Thunberg su Twitter: “Questa non è più una conferenza sul clima. È un festival del greenwashing per i Paesi ricchi”. Le danno ragione le notizie arrivate da Pechino, dove autostrade e i parchi giochi delle scuole sono stati chiusi a causa del forte inquinamento, mentre la Cina, principale inquinatore al mondo, ha aumentato nei giorni scorsi la produzione di carbone. E continua (non è la sola) a non prendere provvedimenti. Questa volta accompagnata da Stati Uniti e Australia, non firma l’accordo per lo stop alla produzione di energia dal carbone (siglato da 47 Stati e altre organizzazioni e istituzioni finanziarie) e non presenta neppure nuovi impegni, come hanno fatto altri 23 Stati. Quindi preferisce non fissare una data per l’uscita dal carbone del Paese, annunciando solo lo stop alla costruzione di centrali all’estero. Ma anche tra gli Stati che fissano nuovi impegni c’è chi lo fa con scarsi risultati. È il caso della Polonia, che punta di chiudere con il carbone praticamente a metà secolo.

GLI ACCORDI SUL CARBONE E I GRANDI ASSENTI – Dopo la mancata firma sull’accordo di 25 parti (tra Paesi e istituzioni finanziarie) per bloccare entro la fine del 2022 nuovi investimenti all’estero legati all’energia da carbone, petrolio e gas (al quale non hanno aderito neppure India, Russia, Giappone, Corea, Francia e Germania), Pechino non firma neanche l’impegno comune per l’uscita dal carbone “entro il decennio del 2030 (o non appena possibile in seguito) per le principali economie ed entro il decennio del 2040 (o non appena possibile successivamente) a livello globale”. Non ci sono Cina e India, ma neanche Stati Uniti e Australia. C’è da chiedersi entro quale decennio queste potenze sarebbero pronte a dire addio al carbone. D’altro canto, i maggiori produttori mondiali dal 2018 al 2021 (dati Energia internazionale dell’Energia) sono Cina, India, Indonesia, Stati Uniti. Mentre l’Australia, con il 58% dell’elettricità che deriva dal carbone, ha forti interessi a costruire infrastrutture, visto che ne è il maggiore esportatore al mondo.

LE CRISI DELLA CINA – Nel frattempo Pechino ha aumentato la produzione giornaliera di carbone di oltre un milione di tonnellate nell’ambito degli sforzi per allentare la crisi energetica. Il più grande importatore di carbone al mondo, infatti, da mesi è alle prese con blackout e razionamenti di elettricità che hanno causato gravi problemi alla catena produttiva e di approvvigionamento. La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma (Ndrc), il massimo organo cinese impegnato nella pianificazione economica, ha reso noto che la produzione media giornaliera di carbone è salita a oltre 11,5 milioni di tonnellate dalla metà di ottobre, con un aumento di 1,1 milioni di tonnellate rispetto alla fine di settembre. Le conseguenze potrebbero essere disastrose per il Paese che in un solo anno è stato in grado di produrre, secondo una recente analisi di Bloomberg, la stessa quantità di anidride carbonica di Stati Uniti, India, Russia e Giappone messi insieme. Da sola la Cina emette infatti ogni anno 13 miliardi di tonnellate di CO2, contro i 6,6 miliardi degli Usa, i circa 6 miliardi dell’intera Europa, i 2,2 miliardi dell’India. E gli effetti fanno parte della vita quotidiana dei cittadini: secondo l’ufficio meteorologico nazionale, una fitta foschia di smog ha avvolto aree della Cina settentrionale, con visibilità in alcune aree ridotta a meno di 200 metri. Le autorità di Pechino hanno attribuito la situazione a “condizioni meteorologiche sfavorevoli e diffusione dell’inquinamento regionale”. Alle scuole della capitale è stato ordinato di interrompere le lezioni di educazione fisica e le attività all’aperto, mentre tratti di autostrade per le principali città (tra cui Shanghai, Tianjin e Harbin) sono stati chiusi al traffico a causa della scarsa visibilità.

DIETRO GLI IMPEGNI, C’È DI TUTTO – Ma non è tutto. In una nota ufficiale della Cop 26 che aggiorna sui negoziati e sui vari accordi presi, si fa sapere che “almeno 23 Stati hanno assunto nuovi impegni per eliminare gradualmente il carbone dalla loro produzione di energia”. Ancora una volta manca la Cina, ma ci sono Polonia, Ucraina, Indonesia, Vietnam, Corea del Sud, Egitto, Spagna, Nepal, Singapore, Cile. Poi, però, bisogna capire cosa significa quel ‘gradualmente’ che, a meno che gli impegni non siano tutti identici (cosa poco probabile), offrirà un panorama variegato di possibilità e orizzonti temporali. E qualche dato già si sa. Per l’Ucraina (terza flotta di carbone più grande d’Europa dopo Germania e Polonia) significa porre fine all’energia a carbone entro il 2035, per il Cile significa provare ad anticipare l’attuale target del 2040. E se in Europa già si prevedeva di spegnere oltre 160 centrali entro il 2030 (la metà del totale), la Polonia – pur impegnatasi a non costruire nuovi centrali – arriverà vent’anni dopo. Il tutto confermato dal ministro del clima polacco, Anna Moskwa: Varsavia eliminerà gradualmente il carbone entro il 2049. Giusto in tempo per vedere se il pianeta avrà raggiunto, al 2050, le emissioni nette zero.

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