Etichettare Clio Zammatteo con un solo termine per definire il suo lavoro è un’impresa complicata. Truccatrice, prima beauty blogger a sfondare in Italia su YouTube e oggi beauty influencer ma anche make up artist e imprenditrice capace di trasformare in business tutto ciò che tocca. Un ibrido creativo che è un unicum. Partita dalla cameretta della sua casa in provincia di Belluno giocando con le tavolozze e i colori, oggi ha un’azienda il cui fatturato nel 2020 ha superato i 10 milioni di euro. Ma cosa c’è dietro il suo successo? Lo racconta in Clio Back Home, prodotta da Pesci Combattenti, che dopo essere stata proposta su Discovery+ debutta sabato 6 novembre alle 15.40 su Real Time: tra lavoro e vita privata, la docu-serie in dieci puntate racconta il ritorno in Italia con la sua famiglia e il lancio di nuovi progetti.

Definirla con una sola parola è complicato. Lei come si presenterebbe a chi non la conosce?
Come una creativa e un’imprenditrice cui piace fare tante cose diverse. Compreso truccare, che poi è uno dei lavori che amo di più. Definirmi con un solo termine è sempre stato complicato: pensi che non ci riuscì nemmeno il commercialista la prima volta che ci andai. Il percorso per arrivare a quella che sono oggi non è stato facile.

Quando è cominciato quel percorso?
Nella mia cameretta. Mi è sempre piaciuta l’arte, la possibilità di giocare con le matite, le tavolozze e colore. La svolta è arrivata con i prodotti cosmetici: quando ho scoperto nel trucco c’era quella cosa chiamata texture, ho capito che era la mia strada. Sono sempre stata lineare nei miei sogni.

La provincia è stata un limite?
No anzi, un valore aggiunto. Sono cresciuta nella campagna bellunese con dei valori sani e con i piedi piantati a terra. E ancora oggi sono così. Mi sono evoluta ma in fondo mai cambiata. Resto quella ragazzina un po’ ingenua e attacca alla sua terra.

Che ragazza era Clio Zammatteo?
Una timida vestita di ansia. A scuola non alzavo la mano per non dare la risposta, anche se sapevo di aver studiato. Ancora oggi gestisco con un po’ di difficoltà il panico e l’ansia.

Però per realizzarsi ha deciso di staccare da tutto per andare a vivere a New York.
Ma non perché mi sia mai stata stretta Belluno, anzi, ci stavo bene. Però avevo bisogno di aprire lo sguardo, cambiare le prospettive. E poi la mia vita a New York non era molto diversa da quella in Italia: finito il lavoro, mi ritrovavo sempre a casa sul divano con la tazza di the caldo e la copertina.

Trasferirsi in America a cosa le è servito?
A uscire dal guscio: stare in una realtà ovattata non mi dava la spinta per tentare di fare cose più grandi di me. Sapevo il tedesco ma appena tre parole in inglese eppure ce l’ho fatta anche senza il supporto di mia mamma. Se fossi rimasta in Italia, forse sarei ancora oggi quella Clio con poca fiducia in sé stessa.

Ha citato sua mamma: in che cosa le somiglia?
Mamma si è inventata dal nulla imprenditrice di sé stessa e in Germania ha aperto una gelateria da sola, mentre tutto attorno le dicevano “ma cosa fai, stai a casa”. È sempre stata una grande lavoratrice e mi ha dato un grande esempio: qualunque obiettivo, anche il più piccolo, è irraggiungibile senza spirito di sacrificio.

Da suo padre invece cos’ha ereditato?
Il lato burlone. Non prendere troppo seriamente le cose è nella mia indole.

Suo marito Claudio indossa un braccialetto con la scritta “girl power”. Qual è il vero potere che hanno in mano le donne oggi?
La possibilità di realizzare i propri sogni e scardinare i cliché. Penso al mio percorso: sono una mamma super presente ma anche un’imprenditrice con delle aspirazioni continue. A mia nonna una volta avrebbero detto che doveva stare a casa a badare ai figli e che le donne erano il “sesso debole”: oggi siamo in continua crescita e quel famoso soffitto di cristallo un passo alla volta sta cedendo.

Clio Back Home racconta una nuova fase dalla sua vita con il ritorno in Italia. Tutto è cominciato con la pandemia, quando lei era incinta della sua seconda figlia. In un video da migliaia di visualizzazioni disse: «Siamo scappati da New York, ho paura. Qui fanno la fila per le armi».
Mi sono rivista da poco e in quel video la prima cosa che ho notato è che negli occhi mi si leggeva la paura. Non sapevo se farlo o meno quel video: poi decisi di aprirmi e di raccontarmi senza filtri. Ero alle 38esima settimana di gravidanza, io e mio marito Claudio eravamo nel panico e dovevamo prendere una decisione. Dopo una lunga telefonata con mia mamma, alla fine decisi che tornare in Italia era la cosa più sensata.

Che cosa vi spaventò in particolare?
L’imprevedibilità della situazione. Tutto era amplificato, soprattutto le situazioni negative. Quando conosci New York e ci vivi, sai che la libertà è uno dei dogmi della città, vederla chiusa e ferita ti impressiona. Sembrava che potesse capitare di tutto e infatti l’ex governatore Cuomo lo disse: «Se non avessimo chiuso tutto, chissà cosa sarebbe successo».

Cosa c’è di newyorkese in lei?
La curiosità, il guardare sempre oltre mio naso e la tendenza a prendere la vita in maniera leggera. Anche nel beauty non si prendono troppo sul serio, mentre in Italia manca un po’ la componente del gioco. E poi lì ho capito l’importanza della skincare: pensavo solo al trucco e sottovalutavo la cura della pelle.

Il bilancio del ritorno in Italia?
Super positivo. Dal punto di vista lavorativo, mi sento più creativa e infatti sono nati un sacco di progetto. Sul fronte familiare, è cambiata la routine: mi manca New York e alcuni luoghi del cuore ma ci torneremo da turisti visto che abbiamo casa lì. Mi piace che le mie figlie crescano qui in Italia.

In Clio Back Home vedremo anche i segreti del suo family business. Che tipo di capo è?
Un capo non capo. Forse più un’amica che altro. Ma questo è possibile perché a mia cognata Elena, che è il CEO dell’Azienda, competono i compiti più rigorosi .

E invece che mamma è?
Paziente ma molto rigida quando serve. Voglio che le mie figlie capiscano di essere delle privilegiate e che niente di ciò che hanno cresce sugli alberi ma è frutto dei sacrifici dei loro genitori. Non sopporto i capricci.

Lavoro e famiglia si mescolano nel suo caso, visto che lei e suo marito lavorate assieme. Come fate a non parlare h24 di business?
In realtà abbiamo trovato da tempo un equilibrio e imparato a darci dei limiti. Per esempio, non sono una di quelle che su Instagram si scusa se non fa storie. Quando arriva il momento, spegniamo il telefono e non condividiamo ogni cosa sui social. Le mie figlie vengono prima di tutto e non mi sento in colpa se non posto una foto al giorno: racconto molto di me e della mia vita e per fortuna chi mi segue ha imparato a non pretendere da me più di ciò che già do.

Uno dei temi centrali per lei è sempre stata la body positive, anche quando era un argomento molto poco mediatico. L’hanno criticata quando mostrava le smagliature o la cellulite e poi anche quando è dimagrita. I commenti l’hanno ferita?
Un minimo ti toccano quando sei in pasto alle critiche. Ma ero criticata anche ben prima dei social, quando da ragazzina le madri dei miei compagni di classe mi additavano per i chili di troppo. Oggi sono una donna più strutturata e mi scalfiscono meno le critiche. È tutta una questione di testa, non di bilancia o giro vita: imparare ad apprezzarsi, difetti compresi, è parte di un percorso. Oggi più che una critica mi fa sorridere chi mi dice “ma come sei in forma!” solo perché sono dimagrita: significa che quando ero più rotonda pensavano l’esatto contrario. Io, per altro, quando ero molto più in carne non mi dispiacevo affatto.

È peggio l’omologazione estetica o l’aspirazione a un modello estetico irraggiungibile?
Le cose sono correlate. Cerchiamo un po’ tutti di essere come gli altri, cerchiamo il filtro giusto per raggiungere una perfezione che non esiste. Estetica e di vita. Il fatto che quasi tutti sui social facciano vedere sempre e solo le parti luccicanti e patinate delle loro vite, è assurdo. Io, nel mio piccolo, mostro spesso il dietro le quinte, le fragilità, i lati negativi e non solo il bello delle cose: non mi piacciono le cose artefatte.

Pensa che il fatto di essere considerata da molti solo in quanto beauty influencer sminuisca il suo lavoro di imprenditrice da 10 milioni di euro di fatturato l’anno?
È una domanda che mi sono fatta spesso. Fino all’anno scorso forse non gli veniva dato giusto peso. Le cose poi sono cambiate. Comunicare in maniera leggera e spensierata non significa che come azienda non abbiamo raggiunto obiettivi importanti. Anzi. I numeri in crescita sono una dimostrazione tangibile del lavoro mio e del mio team.

Quante proposte lavorative le arrivano al giorno?
(ride) Non le conto ma è diventato un numero importante. A molte collaborazioni dicono no: non mi interessano i progetti in cui non credo o dei quali non riesco a sposare la filosofia. Esserci a tutti i costi, non m’interessa.

Le hanno mai chiesto di partecipare a dei reality?
Sì, ma ho sempre detto no, non è il mio mondo. I reality non li farei.

Lei ha iniziato sul web ma la popolarità le è esplosa tra le mani grazie al primo programma che fece su Real Time. Che ricordi ha di quel periodo?
Una sorta di grande vertigine per aver realizzato in poco tempo qualcosa di inaspettato. E poi ricordo le critiche degli altri make up artist: molti mi detestavano, perché dicevano che i miei tutorial divulgativi sminuivano il nostro lavoro. Ma poi un sacco di professionisti hanno seguito la stessa strada.

È stata un rivincita?
Sono abituata a guardare ciò che faccio io e a pensare con la mia testa: non m’interessa snaturarmi copiando gli altri perché quando ci ho provato, all’inizio della carriera, è stato un flop. Ancora oggi seguo il mio modello di business: non abbiamo delle linee stagionali, lavoriamo sui prodotti e finché non sono pronti non escono. È un business diverso ma più efficace.

Il sogno ancora da realizzare?
Ho sempre fame di sogni e voglio crescere ancora di più. Vedo la mia linea make-up e skincare come un primo passo verso l’esplorazione di altre progettualità, anche nel mondo accessory. Mi piacerebbe ad esempio realizzare cappelli, cinture e occhiali. Magari lo farò presto.

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