Visioni, personaggi onirici, effetti straordinari, punti di vista differenti che si incontrano e si scontrano. A seconda della prospettiva. Chi siamo, dove siamo? Quando il teatro si fa totale, commistione di generi, canto, danza, recitazione, tecnologie innovative, il pubblico perde le sue certezze e si ritrova a vivere un’esperienza partecipativa e spiazzante.

È il caso di “Alice! In Wonderland”, spettacolo che il prossimo 9 dicembre, nel grande cortile della Fabbrica del Vapore a Milano debutta in prima mondiale. Un evento di nouveau cirque unico, pensato e realizzato in una Spiegeltent. Una grande tenda da viaggio, fatta in tela e in legno e decorata all’interno con specchi e vetrate che amplificano le suggestioni ottiche. Adatta agli spettacoli itineranti, tipica della tradizione belga, ebbe il suo periodo di splendore a cavallo tra il Diciannovesimo e il Ventesimo secolo. Oggi ne sono rimaste in tutto il mondo una dozzina. Quella utilizzata per il musical su Alice prederà il nome di Magic Mirrors Theater. All’interno acrobazie, costumi, luci e musiche.

Sarà l’inizio di un viaggio quasi magico, come quello che affronta Alice inseguendo il Bianconiglio, che porterà lo show e il suo cast in Francia, Olanda, Germania, Canada e Stati Uniti. Ma c’è una magia più concreta dietro a questa coproduzione di Razmataz Live con il Comune di Milano: uno sforzo produttivo che diventa emblema delle capacità di ripresa del mondo dello spettacolo dopo il lungo tunnel in cui lo ha sprofondato l’emergenza Covid. Capacità, ingegno e anche tanta tenacia.

Che cosa attende gli spettatori? Un teatro di specchi magici, reale e illusorio. Un teatro che si fa esperienza attraverso i personaggi emersi dalla penna di Lewis Carrol. Più di 150 anni ma è come non averli. E’ dal 1865 che Alice incanta le generazioni. Lei, la ragazzina inquieta che si addormenta sotto un albero per sprofondare in un mondo di sogno, accompagnata da tutta la sua bizzarra compagnia.

Il Cappellaio Matto, il Bianconiglio, il Gatto del Chesire da noi noto come Stregatto, il Brucaliffo e la perfida Regina di Cuori. E poi nonsense, strampalate filastrocche, giochi di parole, bizzarrie a gogo che nascondono una perfetta padronanza della logica da parte dell’autore Charles Lutwidge Dodgson, da noi tutti conosciuto con il suo pseudonimo di Lewis Carrol. Gioco letterario per bambini ma al tempo stesso per menti raffinate, che al cinema ha regalato due capolavori come il film d’animazione della Walt Disney (1951) e la più recente rivisitazione di Tim Burton passando per una lunga serie di produzioni destinate al grande e al piccolo schermo.

Chi ha creato l’incanto? Ci sono Simone Ferrari e Lulu Helbæk (ideazione e regia) che hanno alle spalle creazioni come “Nysa” del Cirque du Soleil, “Paradiso XXXIII” di Elio Germano e alcune cerimonie di grandi manifestazioni olimpiche. Poi la scenografa franco-belga Barbara de Limburg, il pluripremiato direttore della fotografia Pasquale Mari che firma il disegno luci e Nicolas Vaudelet, costumista francese per i recenti tour di Madonna e, ancora, del Cirque du Soleil. La colonna sonora originale è del musicista inglese John Metcalfe, arrangiatore per gli U2, i Coldplay, Peter Gabriel e i Blur.

Un po’ teatro immersivo, un po’ musical, un po’ nouveau cirque, lo spettatore oggi torna a essere al centro dell’azione, anche grazie all’abilità di chi sa unire il più semplice trucco teatrale alle nuove tecnologie. Palcoscenico e platea? Una suddivisione rifiutata sin dagli anni ’70 dalla ricerca in campo teatrale. Ma oggi c’è di più. La possibilità di utilizzo di mezzi tecnologici raffinati e potenti.

Lo abbiamo visto nei numerosi show del Cirque du Soleil, dagli chapiteau ai grandi forum. Il pubblico in “Corteo”, per esempio, era diviso in due settori perfettamente frontali. Le azioni si svolgevano su un palco circolare. Un personaggio lillipuziano volava sul pubblico appeso a un grande pallone. Gli spettatori lo facevano rimbalzare. Lo abbiamo visto anche in produzioni teatrali meno popolari. Il teatro della Tosse di Genova nel 2016 ha prodotto “Orfeo Rave”, del regista Emanuele Conte e della coreografa Michela Lucenti. Il padiglione immenso della Fiera di Genova si prestava al viaggio di artisti e spettatori lungo un percorso a sorpresa. All’inizio il pubblico era chiuso in un quadrato di teli di plastica e si vedeva proiettato dall’alto. Tendoni, piattaforme sospese dove recitavano attori, anche la ricostruzione di una piccola chiesetta con panche per far sedere gli spettatori itineranti. La scena dell’Ade era un obitorio in cui Orfeo cercava Euridice fra i cadaveri. Il medico chirurgo appariva in una vetrata in alto. Le video proiezioni riprendevano le sue azioni istantaneamente e le restituivano alla “platea”.

Ecco, oggi finalmente il pubblico può tornare a entrare nello spettacolo. A essere parte integrante dell’azione. E a danzare in un rave finale insieme ad attori e danzatori. In “Alice! In Wonderland” gli spettatori torneranno a casa dopo aver vissuto un sogno. Anche con il corpo.

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