Il paradosso delle manovre pre-conclave, che sempre si sviluppano quando un pontefice entra nell’età avanzata, è che gli oppositori di Francesco sanno che non potranno puntare su un puro conservatore, mentre i riformisti sanno che non sembra esserci spazio per un Francesco II.

In realtà la Chiesa cattolica è entrata da 60 anni in una fase di grande transizione verso un assetto ancora indefinibile. I credenti dell’animata e feconda epoca conciliare e postconciliare non sono riusciti a trasmettere lo stesso impegno ed entusiasmo alle generazioni successive e soprattutto il processo di secolarizzazione è andato inesorabilmente avanti.

Nessun pontefice dell’ultimo mezzo secolo – si chiami Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II o Benedetto o Francesco e quali che siano il loro modo di agire, cultura, visione teologica – è riuscito a riportare alle messe o alla confessione e comunione un numero maggiore di fedeli. E intanto cadono senza sosta le adesioni al sacerdozio e agli ordini religiosi femminili.

Eppure se qualcuno pensava che la secolarizzazione avesse per effetto una emancipazione definitiva dal “credere” e significasse di per sé un estendersi sistematico di una razionalità lontana dalla fede, i fatti lo smentiscono. Aumenta invece la molteplicità delle scelte, la soggettività frammentata e individualista, l’approccio al fai-da-te della credenza, il rifugio nelle sette, nei movimenti, nella meditazione, persino nell’astrologia. E resta saldo – benché spesso segreto – l’impulso e il bisogno alla preghiera.

È l’età dell’incertezza. E Roberto Cipriani, già docente all’università Roma Tre e presidente dell’Associazione italiana di sociologia, veterano di ricerche sulla religione, nel suo volume L’incerta fede (ed. FrancoAngeli) porta un ingente materiale di riflessione. Più che mai necessario ora che papa Bergoglio ha lanciato un processo sinodale di due anni, simile ad un piccolo concilio: dedicato a forma e missione della Chiesa nel XXI secolo.

È proprio il sentimento oscillante la caratteristica dell’era della transizione. Aumentano i nomadi della credenza, gli autonomi, i lontani. La ricerca indica un compatto 30% che sente Dio poco vicino o per nulla vicino. Un 20% circa non crede proprio in Dio o la questione è indifferente. A cui si aggiunge un robusto 14% di chi crede o non crede a seconda dei momenti.

Poiché la ricerca si è svolta non solo statisticamente tramite questionari, ma anche attraverso colloqui specifici, il quadro va più in profondità e tocca gli stati d’animo. La domanda sul “sentimento” nei confronti di Dio fotografa perfettamente la situazione. Sentimento positivo: 28%, negativo 23%. Il “neutro” è eclatante: 48,6%.

Il punto rilevante dell’epoca attuale è tuttavia il rapporto con la religione organizzata in forma istituzionale. Alla domanda quale posto occupi la religione nella propria vita, la risposta di quasi due terzi degli interrogati evidenzia la sua importanza. Ma quando si chiede ai fedeli se aderiscano alla propria confessione in maniera incondizionata, il Sì riguarda soltanto un terzo. Oltre il 50% esprime riserve o il diritto ad avere proprie posizioni.

Nella sfera sessuale il predominio del giudizio autonomo a prescindere da papi e vescovi raggiunge il 65%. È la supremazia, ormai radicata, della religione-a-modo-mio. Significativo da questo punto di vista è che in una religione comunitaria per eccellenza come quella cristiana – incentrata sulla messa celebrata dal sacerdote e sul ruolo sacerdotale di chi ascolta la confessione, unisce in matrimonio, battezza i neonati e accompagna con il sacramento i morenti – quasi la metà degli intervistati risponda che “ognuno può vedersela da solo con Dio senza bisogno di preti e Chiesa”.

Eppure tutto ciò non è in contrasto con una vita spirituale proiettata in diverse dimensioni. Uomini e donne credenti pregano molto. Lasciando da parte chi lo fa per dovere o tradizione, quasi un notevole 50% si raccoglie in preghiera per sentirsi vicino a Dio, per “lodarlo”, per trovare conforto o fare chiarezza dentro se stessi. Anche qui tuttavia il paesaggio è frastagliato. Un 40% circa si rivolge proprio a Dio, un 30% no. Nulla è semplice e univoco nell’età dell’incertezza.

In questo mare in cui le onde si sovrappongono senza sosta, alla domanda se “nella sua vita è mai capitato di avere la sensazione che Dio o un essere superiore vigila sulla sua vita e la protegga?”, quasi il 60% risponde direttamente in maniera affermativa.

Nella stagione del movimento e del giudizio personale la figura di papa Bergoglio riceve naturalmente consensi che vanno dai due terzi all’80%. Si percepisce chiaramente la sua azione di rottura e il suo contrasto con la struttura tradizionale del Vaticano, e al tempo stesso la maggioranza degli interrogati lo considera più impegnato socialmente che portatore di spiritualità.

Tutto è fluido. “Non sono un’osservante, non mi faccio il problema di andare alla messa la domenica, non mi confesso e non prendo la comunione regolarmente, però io un mio modo di credere e praticare secondo i principi cristiani ce l’ho”, spiega un’intervistata.

Certamente l’area dell’incerta fede è destinata a superare la massa dei credenti militanti. Crescono i non praticanti e diminuiscono i partecipanti ai riti religiosi, però si sviluppa una spiritualità autodeterminata mentre la credenza in Dio assume forme nuove, mobili, diventando frutto di personalissime riflessioni e sperimentazioni.

Il bello della ricerca di Cipriani sta nel valorizzare la multiversità, incluse le contraddizioni. Perché poi, a sorpresa, la maggioranza delle persone risponde che è un bene che la Chiesa tenga fermi i propri principi senza lasciarsi influenzare dalle opinioni prevalenti.

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