“Lotta alla povertà, istruzione, ecologia”, titola l’Avvenire riferendosi ai lavori che ad Assisi hanno inaugurato il mese di ottobre con gli approfondimenti su quella che ormai si chiama Eof: the Economy of Francesco.

Recentemente papa Bergoglio è nuovamente intervenuto sul tema cruciale del cambiamento climatico, criticando in un videomessaggio al convegno Youth4Climate l’insufficienza delle misure tecniche e politiche sin qui adottate. “Non è più il tempo di aspettare, bisogna agire”, ha sottolineato. È il momento di “superare le frammentazioni e di ricostruire il tessuto delle relazioni di modo che possiamo giungere a un’umanità più fraterna”.

Quanto più si avvicina l’appuntamento del Cop26, la conferenza sul clima promossa dalle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow a novembre, tanto più aumenta il nervosismo dei governi. I problemi sono complessi e molteplici: economici, sociali, geopolitici. Resta il fatto che la svolta sui gas serra è urgente per la pura e semplice salvaguardia del pianeta.

Che il papa argentino sia in prima fila in questa vicenda cruciale dimostra la capacità dei pontefici da Giovanni XXIII a oggi (con la sola eccezione del papa “non politico” Ratzinger) di collocarsi di volta in volta agli incroci decisivi della storia contemporanea, ponendosi come interlocutori della società nonostante la crisi della secolarizzazione aggredisca le strutture della Chiesa.

Molto prima che Greta Thunberg si affacciasse sulla scena, papa Bergoglio aveva lanciato nel 2015 la prima enciclica verde cattolica, Laudato si’, la cui importanza sta nel fatto di avere individuato e denunciato con chiarezza lo stretto legame tra degrado naturale e degrado sociale, tra politiche, interessi e comportamenti che rovinano la natura ed esiti rovinosi sul piano della qualità della vita di miliardi di uomini in quanto frantumano il “bene comune”.

Incendi, alluvioni, desertificazioni, inquinamenti non sono più incidenti casuali, ma espressioni di una malattia permanente. Non a caso, nella drammatica preghiera del 27 marzo in una piazza San Pietro deserta, Francesco esclamò che non era possibile pensare di “rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È noto che all’elaborazione dell’enciclica Laudato si’ ha collaborato il brasiliano Leonardo Boff, teologo della liberazione messo alle strette negli anni Ottanta dal cardinale Ratzinger (allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede) e definitivamente costretto all’uscita dall’ordine francescano dalla persecuzione di Giovanni Paolo II. Le sue riflessioni, pubblicate nel pamphlet Abitare la terra. Quale via per la fraternità universale (ed. Castelvecchi), sono un pungolo anche al pensiero laico, perché uomini e donne di qualsiasi impostazione filosofica o religiosa rileggano con attenzione le due encicliche fondamentali di Bergoglio: Laudato si’ e Fratelli tutti.

Il tema è attualissimo perché in questi mesi i governi dei paesi avanzati si stanno misurando con la ripresa economica e sociale, dopo i colpi catastrofici inferti dalla pandemia di Covid-19 nel biennio 2020-21. Anche in Italia viviamo in queste settimane l’interrogativo se Recovery significherà ripristinare lo stato delle cose precedente o imboccare una nuova strada – come avvenne in Europa dopo la II guerra mondiale con la costruzione dello stato sociale.

Boff parla il linguaggio senza sconti di chi conosce, dalla sua esperienza brasiliana, la brutalità dello sfruttamento delle masse subalterne. “Lo 0,1% per cento dei miliardari che controllano il 90% per cento delle risorse economiche e speculative – scrive il teologo che si occupa da anni di economia sostenibile – si sta già attivando per imporre un ordine capitalista ultra-neoliberista ancora più radicale di quello precedente la pandemia”.

Di sicuro le resistenze al cambiamento di direzione della macchina economico-sociale sono e saranno fortissime. Sulla scena si misurano volontà di potenza da un lato e miseria, fragilità ed emarginazione di miliardi di uomini e donne dall’altro. Chiudere gli occhi è una scelta, non può passare per distrazione. Boff cita Francesco, che in Fratelli tutti considera che “far funzionare meglio” ciò che si faceva prima, migliorando soltanto i sistemi e le regole esistenti, significa che si sta “negando la realtà”. Così come – sempre Francesco – ricorda nella Laudato si’ che l’idea di una crescita infinita e senza limiti “suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta”.

Sottolinea Boff che la scelta del cambiamento esige nei cuori e nelle menti un mutamento di paradigma: il passaggio dal dominus al frater. Dal padrone alla fratellanza. Non è un gioco di parole. Basti solo pensare in tempi di pandemia alla cornice di socialità insita in un sistema sanitario nazionale e all’impronta darwiniana insita nel sistema sanitario assicurativo personale all’americana.

Francesco, con provocazione profetica, parla della necessità di dare spazio anche nella politica ad un atteggiamento che realizzi la “tenerezza” nei rapporti. Il che implica al tempo stesso – come ammonisce il papa argentino – che la politica non deve subordinarsi supinamente ai dettami dell’economia e della tecnocrazia.

Quanto profonde siano le radici del cattolicesimo sociale, che Bergoglio sviluppa, lo nota nella prefazione Pierluigi Mele quando rievoca la concretezza e la passionalità di Giorgio La Pira, sindaco a Firenze nell’aspra stagione della Guerra Fredda: “Non posso essere indifferente… Posso restare inerte di fronte alle disuguaglianze”, alla dignità calpestata, ai diritti umani conculcati?

A ogni tornante storico l’interrogativo si ripropone.

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