Gli equilibri in Germania cambieranno sicuramente, ma nel caso in cui alla cancelleria di Berlino salisse, come ormai appare scontato, il candidato della Spd Olaf Scholz anche in Europa i rapporti di forza tra i vari gruppi del Parlamento europeo e in particolar modo all’interno del Consiglio Ue subiranno importanti cambiamenti.

Soprattutto se si osserva la situazione dal punto di vista del Partito Popolare Europeo. Il gruppo più importante all’interno della Plenaria di Strasburgo, con i suoi 177 deputati, diventa incredibilmente debole all’interno dell’organo dove le proposte della Commissione o del Parlamento sulle politiche dell’Unione europea cercano il via libera definitivo: il Consiglio Ue composto dai 27 capi di Stato e di governo dei Paesi membri. In caso di nomina di Scholz come cancelliere tedesco, il Ppe non avrebbe più alcun capo di Stato o di governo della propria famiglia tra i principali partiti europei. Non in Francia, dove all’Eliseo siedono i liberali di Emmanuel Macron, iscritti al gruppo Renew Europe. Non in Spagna, dove invece il governo di Pedro Sanchez è di stampo socialista. Non in Italia, ormai indipendente da tre mandati consecutivi, prima con i due governi Conte e oggi con l’esecutivo Draghi. Il Paese più influente di marca Ppe sarebbe l’Austria, niente a che vedere con la capacità di spostare gli equilibri in mano per 16 anni alla Germania di Angela Merkel, colei che è riuscita anche a mettere d’accordo i Paesi del Mediterraneo e quelli del Nord nella lunga ed estenuante battaglia per il Recovery Fund.

Questo indebolimento inevitabile in sede di Consiglio Ue rischia però di ripresentarsi anche in Parlamento. Se il numero degli scranni non è ovviamente in discussione, lo è invece la redistribuzione delle cariche in vista delle elezioni di midterm. È questa la più imminente preoccupazione dei Popolari, dopo la sconfitta elettorale in Germania, visto che ad essere rivisto potrebbe essere anche l’accordo del 2019 che prevedeva la prima metà del mandato alla Presidenza del Parlamento per un socialista, David Sassoli, e la seconda per un Popolare. Al momento, non sembra che i Socialisti e Democratici abbiano intenzione di rompere l’accordo e puntare a una riconferma dell’esponente del Pd, anche se non hanno nascosto il risentimento per la decisione di dare la presidenza dell’Eurogruppo all’irlandese del Ppe Paschal Donohoe. Ma è molto probabile invece che adesso mettano questa vittoria elettorale sul tavolo per rendere determinanti le proprie preferenze nella scelta del futuro presidente del Parlamento. Roberta Metsola, la maltese primo vicepresidente dell’Eurocamera e di marca Ppe, è il profilo che trasversalmente, all’interno della destra conservatrice e non solo, riscuote più apprezzamento. Sarebbe lei la candidata prediletta a sostituire Sassoli. Ma da parte socialista la preferenza ricade invece su Esther de Lange, cara all’ala liberale e nordica del Ppe. Questa vittoria elettorale potrebbe spostare gli equilibri e regalare all’olandese la sedia dell’Europarlamento. Senza escludere la possibilità di una “terza via” sempre all’interno dei Popolari.

Inoltre, un’eventuale salita al potere di Scholz potrebbe anche provocare importanti cambiamenti nell’alleanza che determina le sorti dell’intera Europa: l’asse franco-tedesco. A dire se e come questa intesa cambierà saranno prima la coalizione di governo tedesca e gli accordi tra i partiti che ne faranno parte e successivamente il risultato delle elezioni francesi di aprile 2022, più incerte che mai e con candidati di spessore presentati da tutte le principali formazioni.

Twitter: @GianniRosini

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