Iniziano a picchiettare subito dopo il gol di Sebastien Thill. Sulle tastiere. Sugli schermi dei cellulari. Ancora e ancora e ancora. Per ore intere. Dita che viaggiano veloci fino a comporre sempre le stesse parole. La più usata è “favola“. Ma va bene anche “sogno“. In alternativa è accettabile anche “impresa“. Lo Sheriff Tiraspol ha battuto 1-2 il Real Madrid. E lo ha fatto al Santiago Bernabéu. Un successo inaspettato che deve essere celebrato nell’unico modo possibile: pescando a mani piene nella retorica. E allora ecco Davide che sconfigge Golia, ecco l’essenza del calcio che la Superlega voleva cancellare. Tutto vero. Tutto giusto. Almeno in apparenza. Perché parlare dello Sheriff vuol dire parlare di tante cose. Politica, geografia, economia, guerra. E solo in maniera residuale di calcio. Significa raccontare un Paese che di fatto non esiste, di ombre sinistre, di zone oscure.

La storia inizia nei primi anni Novanta. La dissoluzione dell’Unione Sovietica frammenta un intero quadrante. Nel 1991 la Moldavia si dichiara indipendente. Ma non è l’unica. Qualche mese prima lo aveva fatto anche la Transnistria. È una striscia di terra di poco più di tremila chilometri quadrati incastrata fra la sponda orientale del fiume Dnestr e il confine con l’Ucraina. C’è solo un problema. Quel microstato si trova all’interno del territorio moldavo. Dare l’arrivederci non è poi così semplice. Così scoppia una guerra d’indipendenza che poi è essenzialmente una guerra civile. Unionisti contro separatisti. Si sparano per quattro mesi. Dal marzo al luglio del 1992. Lasciando circa mille morti su un improvvisato campo di battaglia. L’esercito moldavo è sostenuto dalla Romania. Quello dei ribelli dalla Russia. Il Cremlino invia diecimila soldati. Fanno parte della 14sima Armata. E sono posti sotto il comando diretto del generale Aleksandr Lebed. È una guerra senza vincitori. O così pensa qualcuno. Perché il cessate il fuoco crea una situazione molto particolare. Si decide di instituire una commissione congiunta fra Russia, Moldavia e Transistria che ha il compito di garantire l’addio alle armi. In verità è la cristallizzazione di una situazione che non ha vincitori, ma solo vinti.

La Transnistria resta formalmente sotto il controllo moldavo, ma de facto è autonoma. Nessuno stato al mondo la riconosce. Eppure la nuova entità si dota di un proprio corpo di polizia, di una propria moneta, di un proprio governo, di un proprio inno e di una propria bandiera. Una striscia verde che attraversa orizzontalmente due lembi di stoffa rossa. E, in alto a sinistra, la falce e il martello. Non è un elemento folkloristico, ma un simbolo che racconta bene la politica filorussa della Transnistria. Nel 2006 circa 400mila persone hanno votato a favore dell’indipendenza immediata e di una futura integrazione con Mosca. Solo che l’esito della consultazione non è stata presa sul serio dalla comunità internazionale. Gli echi del passato si sentono ancora distintamente. La libreria più importante di Tiraspol, la capitale dell’autoproclamata repubblica, vende poster incorniciati che rappresentano il presidente locale Vadim Krasnoselsky insieme a Putin e Stalin. Sul palazzo del Parlamento la bandiera russa sventola accanto a quella della Transnistria, mentre una statua di Lenin presidia l’ingresso. Già nel 2002 Limes, la rivista di geopolitica italiana, aveva raccontato con efficacia lo Stato in cui si era ridotta la Repubblica. “Nella striscia di terra moldava controllata dalla mafia russa e da ex agenti del KGB si intrecciano organizzazioni criminali e professionisti del terrore, soprattutto arabi e ceceni”, aveva scritto Paolo Sartori. Senza dimenticare i “traffici di droga, armi e materiale radioattivo”. E ancora la Transnistria è “diventata il rifugio di contrabbandieri e trafficanti di ogni specie, oltre che una vera e propria minaccia per la sicurezza degli altri stati europei (…) una ‘terra di nessuno’ che ospita un numero indefinito di depositi militari ove sono stoccate enormi quantità di materiale bellico, chimico e strategico”.

Nel primo decennio del nuovo millennio la situazione economica e sociale della Transnistria era ancora molto delicata. Le macchine che sbuffavano lungo le vie di Tiraspol erano ancora poche. Qualcuno si spostava su carretti trainati da cavalli. La maggior parte della popolazione si muoveva a piedi. Nelle case di periferia l’acqua calda era ancora un sogno. E pensare che proprio sul territorio della Transnistria sorge la centrale idroelettrica di Dubasari. Un paradosso. O forse no. Perché proprio la minaccia di interruzione della fornitura energetica è un’arma che consente alla Repubblica di fare pressioni sul governo della Moldavia. La situazione geopolitica è ancora instabile. Nel 2018 si è svolta a Roma una Conferenza permanente per la regolarizzazione del conflitto. Moldova, Transnistria, Russia, Ucraina e Osce da una parte. Unione Europea e Stati Uniti dall’altra. Si è discusso a lungo. Si è stilata una lista di otto punti programmatici su questioni economiche e umanitarie. Ma anche riguardanti la circolazione. Tutti dicono di aver fatto dei passi avanti. Ma tutti hanno dei dubbi.

“Il capo della diplomazia trasnistriana torta comunque a Tiraspol con l’amaro in bocca – ha scritto Mirko Mussetti su Limes – i rappresentanti moldavi si sono rifiutati di porre al centro delle discussioni il tema attualmente più dirimente, ovvero la recente apertura di punti doganali comuni moldo-ucraini lungo in confine orientale della Transnistria”. La sfida è piuttosto chiara. Ma anche molto complicata. Ucraina, Moldavia e Romania, che non ha partecipato alla Conferenza, stanno provando in tutti i modi a limitare l’influenza russa sulla piccola repubblica. Kiev ha proibito la circolazione di automobili immatricolate in Transnistria e ha “messo in ginocchio l’economia della città industriale di Ribnita imponendo sanzioni all’industria metallurgica e vietando il rientro di capitali transnistriani investiti in Ucraina”. Ipotizzare una rapida conclusione del conflitto assomiglia più a una fantasia che a una effettiva possibilità. Ma c’è un’altra ombra sinistra che si staglia su quel lembo di terra.

È la Sheriff, una holding creata dal nulla nel 1993 da Viktor Gushan e Ilya Kazmaly, due ex agenti del KGB, e che nel corso degli anni ha preso piuttosto sul serio il proprio motto “Sempre con te”. Perché non c’è settore in cui non riesca ad operare. Girando per il Paese il suo simbolo, una stella gialla e blu, è praticamente ovunque. Non c’è bene che la Sheriff non possa produrre. Non c’è desiderio che non possa soddisfare. La holding ha una catena di supermercati (due dei quali si trovano ai lati opposti dello stadio locale), ma anche di panetterie e di pompe di benzina. Possiede un canale televisivo, una casa editrice, un gestore di telefonia mobile, una fabbrica di birra, un concessionario Mercedes, un’agenzia pubblicitaria, un’impresa di costruzioni particolarmente attiva nella modernizzazione del Paese. Tutto per un giro d’affari che nel 2009 era quasi cinquanta volte superiore al Pil nazionale. La crescita della Sheriff è stata costante. Poco a poco la holding ha finito per sovrapporsi allo stato, per riempirne le istituzioni. E non solo perché è legata direttamente a un partito politico, Obnovlenie (che significa “Rinnovamento”).

Nel 1991 Igor Smirnov viene eletto presidente della Transnistria, una carica che ricoprirà per 20 anni. Solo che secondo la stampa locale i suoi rapporti con la Sheriff sono fin troppo evidenti. I figli hanno ruoli di spicco nella holding. E riescono a incidere direttamente sull’azione di governo. Anzi, dei governi. Perché nel corso degli anni la Sheriff ha potuto contare su una serie di leggi ad personam che le hanno reso ancora più marcato il suo monopolio. La società è l’unica che gode di agevolazioni fiscali ed è l’unica che ha in mano alcune esportazioni strategiche. Senza contare che la Sheriff ha avuto un ruolo fondamentale nelle elezioni 2021. Secondo qualcuno avrebbe influenzato direttamente le votazioni. Secondo altri avrebbe avuto un ruolo attivo in alcuni brogli elettorali. Anche la squadra di calcio locale è stata risucchiata in questa guerra di potere. Nel 1997 Viktor Gushan e Ilya Kazmaly hanno un’intuizione. Acquistano il Tiras Tiraspol e lo sacrificano sull’altare della holding. Cambiano il suo nome in Sheriff Tiraspol. Ne fanno una realtà politica, uno strumento pubblicitario in maglietta e calzoncini. Anche se le partite del campionato locale vengono viste da un manipolo di appassionati che varia dalle cento alle 2500 unità. Non il massimo.

“Lo Sheriff ha praticamente ucciso il calcio in Moldavia – ha detto recentemente al Guardian Octavian Ticu, ex ministro dello Sport moldavo e leader di un partito filo-romeno – ha utilizzato il calcio come arma dei loro affari, poi sono diventati sempre più forti, e non è una concorrenza leale. Ogni club moldavo paga qui le tasse, ma lo Sheriff non ha mai pagato un solo Leu (la moneta moldava). Sono moldavi di nome, ma non c’è nessun legame effettivo. La Transnistria è diventata una specie di paradiso per il contrabbando“. Il paradosso è piuttosto chiaro. Lo Sheriff gioca la Champions League per conto di una nazione che non riconosce. E dalla quale vorrebbe anche staccarsi il prima possibile. La vera svolta per il club di Tiraspol è arrivata due anni fa, quando la Federcalcio moldava ha deciso di rimuovere il numero di calciatori stranieri che possono essere schierati da ogni società. Lo Sheriff, che da sempre ha seguito con interesse i mercati africani e sudamericani, ha avuto possibilità di far valere la sua superiorità economica per eternare il suo dominio sulla Divizia Națională, il campionato moldavo. Nelle ultime 20 edizioni del torneo, lo Sheriff ha trionfato 19 volte. Merito anche di una rosa molto più “preziosa” rispetto alle altre pretendenti. Secondo Transfermarkt il valore complessivo dei giocatori dello Sheriff sfonda quota 12 milioni.

Più o meno come il Perugia, in Serie B. Ma quattro volte superiore all’altra squadra più preziosa di Moldavia, il FC Sfîntul Gheorghe Suruceni. Ora la rosa della squadra di Tiraspol è composta al 77% da stranieri. Ci sono greci, brasiliani, russi, italo-peruviani, maliani. Ma anche calciatori pescati dal Niger, da Trinitad e Tobago, dal Malawi, dalla Macedonia del Nord, dalla Slovenia, dell’Uzbekistan e dal Lussemburgo. La possibilità di andare oltre i limiti del vivaio nazionale ha permesso allo Sheriff di diventare più competitivo. Le prime due giornate di Champions League hanno rivelato all’Europa il talento di Cristiano, terzino sinistro classe 1993 arrivato a Tiraspol nel 2018, autore di due assist contro lo Shakhtar e di uno contro il Real Madrid. Nel 2011 l’esterno si era ritirato. Era stato scartato da Corinthians e Vasco da Gama. Così aveva iniziato a lavorare in un cantiere navale di Rio. Pitturava e puliva barche. E anche qualche sottomarino. Va avanti per due anni. Fino a quando il calcio bussa ancora alla sua porta. Un emissario del Vitoria das Tabocas gli offre un contratto. Nella seconda divisione del Pernambuco. Non è molto. Ma è comunque abbastanza. È l’inizio di un lungo purgatorio fra Murici, CRB, Bonsucesso, Criciuma e Volta Redonda. Poi arriva lo Sheriff. Un’altra periferia calcistica. Un’altra periferia del mondo. “Non avevo mai sentito parlare della Moldavia – ha detto in un’intervista a R7Esportes – un amico che avevo giocato lì si è messo in contatto con me perché avevano bisogno di un esterno sinistro. Mi hanno fatto una buona proposta e ho firmato. Mi sono adattato rapidamente”. L’altro nome che in queste ore viene pronunciato con una certa frequenza è quello di Sabastien Thill. Una sua parabola perfetta ha scritto il punto più alto della parabola calcistica dello Sheriff. E il più basso di quella del Real Madrid. E improvvisamente quel tatuaggio che copre il suo polpaccio ha acquistato senso. L’inchiostro nero raffigura Thill in persona, di spalle, che sogna la Champions League. Il trofeo è quasi impossibile da raggiungere. Però lo Sheriff ha già consegnato agli almanacchi la usa impresa. L’importante è non chiamarla favola. Perché quelle hanno un altro tipo di protagonisti.

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