Manca un quarto d’ora abbondante alla fine del derby. L’Atalanta sta vincendo 3-1 in casa del Brescia, l’allenatore Carlo Mazzone toglie Antonio Filippini, inserendo un centrocampista più offensivo come Andrés Yllana. Filippini fa appena in tempo ad accomodarsi in panchina, quando Roberto Baggio accorcia le distanze con un gol di rara astuzia. Per lui è il secondo di giornata, il 174esimo in serie A. Mazzone in questo momento guarda in direzione dei tifosi avversari, è offeso per i cori che ha ricevuto nel corso della gara: promette che in caso di 3-3 sarebbe andato ad esultare sotto la curva ospite. Il mister racconterà anni dopo nella sua autobiografia Una vita in campo (Baldini+Castoldi): “Fu sul 3 a 1, realizzato proprio alla fine del primo tempo, che arrivò alle mie orecchie l’eco di cori sempre più forti e sempre più beceri che mi trafissero il cuore come tante spine. Parole che non accettai quella domenica e che non potrei mai accettare da nessuno. Carletto Mazzone romano di merda, Carletto Mazzone figlio di puttana: non era solo un’offesa nei miei confronti. Era una cattiveria gratuita che mi colpiva negli affetti più profondi”. A tempo scaduto arriva il gol del pareggio, è ancora Baggio questa volta su punizione a siglare il gol. E Mazzone mantiene la promessa. È il 30 settembre 2001. La sua corsa scatenata diventerà un video ancora molto visto sul web e una serie di gif animate. L’immagine di un uomo di 64 anni stravolto dall’adrenalina che nessuno riesce a placcare è diventata un’icona da t-shirt. L’arbitro era Pierluigi Collina che lo espulse quasi solo con uno sguardo. Mazzone sapeva di averla fatta grossa e se ne tornò negli spogliatoi.

Sono passati vent’anni da quella domenica di fine settembre, Antonio Filippini è oggi l’allenatore della Pro Sesto in serie C. Assieme al gemello Emanuele è stato una delle colonne portanti di quel Brescia, dove entrambi hanno fatto le giovanili e l’esordio in Serie A. “Fino a qualche settimana fa – dice Antonio a ilfattoquotidiano.it – quella del mister è stata la corsa più famosa d’Italia. Solo Marcel Jacobs, che tra l’altro è bresciano, gli ha rubato lo scettro alle Olimpiadi di Tokyo. Ho avuto come allenatore Mazzone per alcune stagioni e non lo ho mai visto correre né prima né dopo. Anche durante gli allenamenti rimaneva seduto in panchina in tuta. In campo faceva tutto il suo vice Leonardo Menichini. Una volta rientrati in spogliatoio dopo la gara con l’Atalanta lo abbiamo preso in giro: Mister, da quanto tempo è che non faceva un allungo così?”.

Viene da ridere ancora oggi a Filippini. “I due che hanno provato a trattenerlo durante la corsa sono il team manager Edoardo Piovani e il dirigente accompagnatore Cesare Zanibelli. Secondo me sarebbero stati in grado di fermarlo, ma erano curiosi di sapere come sarebbe andata a finire. Quindi è stato anche merito loro, se quella corsa è diventata mitica. Ad ogni anniversario scrivo un messaggino a Cesare: anche quest’anno ti ho rivisto protagonista sui social!”. Filippini avrebbe poi giocato con Palermo, Lazio, Treviso e Livorno, quasi sempre in tandem con il fratello. “Il mister lo sento per gli auguri di Natale e compleanno. È il miglior allenatore che abbia mai avuto, mi ha regalato tutte le emozioni possibili nel mondo del calcio. Carismatico, coerente, leale. Non raccontava mai bugie e i calciatori queste cose le apprezzano. Era un allenatore vecchio stampo, ma molto preparato sull’aspetto tattico. Le partite le leggeva benissimo. Nella gestione dello spogliatoio oggi mi ispiro a lui. Quando è arrivato Baggio, Mazzone ci ha detto: lui può fare quello che vuole e lo ha fatto”.

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