Dominio e incostanza. Divisiva e amata. Serena Williams è stata tante cose lungo la sua carriera. Le polemiche per certi suoi atteggiamenti e i clamori per alcuni suoi outfit si mischiano con i titoli e i riconoscimenti che la minore delle sorelle Williams ha saputo mettere insieme, diventando una delle più grandi atlete della storia del tennis femminile. Ma Serena Williams è anche altro. Un esempio sportivo per tutto il tennis e, sopratutto, per il movimento afro-americano. Una fonte da cui hanno tratto ispirazione tenniste come Stephens a Coco Gauff. Una carriera che ha subito uno stop per la gravidanza e che oggi, nel giorno dei suoi 40 anni, abbiamo deciso di ripercorrere attraverso cinque partite simbolo.

Us Open 1999, Serena Williams – Martina Hingis 6-3 7-6 In due fanno 35 anni quando scendono in campo l’11 settembre 1999. Martina Hingis, 18 anni, e Serena Williams, 17, sono una di fronte all’altra, in uno scontro tra filosofie tennistiche diametralmente opposte. Tecnica ed eleganza per la svizzera, potenza e atletismo per la statunitense. Hingis ha già vinto cinque Slam, è la numero uno mondiale, e due anni prima ha “rischiato” di conquistare il più giovane Grande Slam della storia a 16 anni. L’altra invece ha appena alzato le braccia al cielo, incredula di quello che ha appena compiuto. Il suo primo titolo dello Slam. Prima di sua sorella maggiore Venus.

Si, perché il 6-3 7-6 finale per Serena Williams è tanto netto quanto sorprendente. È alla sua prima finale Major in carriera ma è come se giocasse nel circolo vicino a Sagimaw, la piccola città del Michigan dove Serena è nata il 26 settembre 1981. Serve come un treno e colpisce forte, fortissimo, impressionando tutto l’Arthur Ashe. Williams impressiona anche per la personalità. Sul 5-3 del secondo set ha due championship point in risposta. Lì fallisce e subisce il controbreak nel game successivo. Problemi? Nessuno. Al tie-break è dominante: sette punti a quattro.

Nessuno ancora lo sa ma per il tennis femminile è una svolta epocale. Si è appena chiusa l’era del tennis geometrico fatto di tocco e di classe a tutto campo per lasciare il posto alla fase dell’atletismo estremo e della potenza. A 19 anni il regno di Martina Hingis è già tramontato.

Roland Garros 2002, Serena Williams – Venus Williams 7-5 6-3 – Dai match d’infanzia alla finale di uno Slam. È la seconda volta che le sorelle Williams si trovano una di fronte all’altra in una finale di un Major. Per il momento è Venus la più quotata: quattro titoli a uno. L’unica vittoria di Serena è arrivata tre anni prima agli Us Open. In pochi quindi scommetterebbero su quella ventenne dai capelli biondi e dalla lunga coda.

Allungo, rimonta e contro-rimonta. Sul Philippe Chatrier il primo set è un’altalena di emozioni che si conclude quando Venus spara in corridoio uno schiaffo al volo di rara facilità. È un errore che pesa tantissimo, perché Serena vince il set 7-5 e poi domina nel secondo. Per la maggiore delle sorelle non c’è mai la possibilità di riaprire la partita. È l’inizio del primo “Serena Slam” della carriera (ovvero vincere tutti i titoli del Grande Slam ma non nello stesso anno). Un momento immortalato da una fotografa d’eccezione. I mezzo ai giornalisti, di fronte al palco delle premiazioni, c’è anche Venus Williams.

Us Open 2009, Kim Clijsters – Serena Williams 6-4 7-5 – “Fault!”. L’urlo si è sentito chiaro e forte in tutto l’Arthur Ashe. A cacciarlo è stata la giudice di linea, segnalando un fallo di piede di Serena Williams sulla seconda di servizio. Tradotto: punto a Kim Clijsters e due match point per la belga. La Williams è la favorita del torneo, numero uno del mondo ma ora si trova a un passo dall’eliminazione contro una giocatrice che non ha classifica e si trova a New York solo grazie a una Wild Card. La statunitense però non sta soltanto perdendo la partita ma anche la testa.

La protesta contro la giudice di linea è plateale, scomposta, violenta: “Sei pronta, t’infilo questa fottuta palla nella fottuta gola. Preferirai essere morta. Tu non mi conosci”. Dalle minacce si arriva alla chiamata del supervisor. “Non ho mai fatto a botte in vita mia – continua a polemizzare la Williams – quindi non capisco perché lei si sia sentita minacciata”. Le giustificazioni non servono. Mentre in tribuna la sorella Venus scuote il capo, arriva l’inevitabile penalità. Game, set e match Clijsters.

Una scenata che quasi cancella la lezione di tennis subita da Williams e che lascia strascichi. Due mesi dopo infatti viene punita con una multa da 82.500 dollari e una squalifica di due anni con la condizionale. Non sarà però un caso isolato. La carriera di Serena Williams è fatta anche di questo. Momenti di buio e di perdite di controllo. L’ultima volta? Sempre a Flushing Meadows nel 2018, quando accusa di sessismo il giudice di sedia (reo di averla sanzionata per coaching) durante la finale persa contro Naomi Osaka.

Us Open 2015, Roberta Vinci – Serena Williams 2-6 6-4 6-4 – “Anche a me, cazzo”. L’esclamazione esce fuori spontanea e rabbiosa dalla bocca di Roberta Vinci. È rivolta al pubblico dell’Arthur Ashe, tutto in piedi ad applaudire lo scambio del match vinto dalla tarantina con una deliziosa stop volée. Serena Williams invece è a fondo campo, sulle gambe. Si appoggia alla racchetta stremata. La pressione e la storia la stanno schiacciando a sole due partite dalla conquista del Grande Slam. Un obiettivo che, alla vigilia della sfida, pare essere ormai scritto e inevitabile. Nessuno invece è preparato a quello che sta per accadere.

Quel punto sul 3-3 del terzo set, vantaggio Williams, apre improvvisamente una prima crepa profonda sulla tenuta mentale di Serena. Un’incrinatura figlia di un capolavoro tecnico e tattico di Vinci. Back di rovescio dopo back di rovescio, drop-shot dopo drop-shot, la dominatrice del circuito femminile viene irretita, stremata, corrosa. I suoi colpi non spingono più. Dopo il primo set vinto 6-2, fare punto diventa, con il passare dei minuti, sempre più difficile.

Ora a Flushing Meadows l’unica cosa che aleggia è il break della Vinci, che arriva infatti due punti dopo. È la seconda crepa. Serena ha però un moto d’orgoglio. Si guadagna due palle del contro-break ma le spreca malamente. Tutti a questo punto si aspettano che la pressione faccia crollare Vinci quando sarà chiamata a servire per la finale. Ma questo non succede. È invece Serena Williams a crollare. E in maniera definitiva. La demi-volée con cui l’italiana conclude la sfida segna infatti l’inizio di una nuova fase. Niente sarà più come prima. La dominatrice abdica. Si è aperta ufficialmente l’era democratica del tennis femminile.

Wimbledon 2016, Serena Williams – Angelique Kerber 7-5 6-3 – Non è facile tornare a vincere dopo una delusione come quella degli Us Open 2015. Nella testa di Serena i postumi sono evidenti. Agli Australian Open e al Roland Garros arriva in finale, ma in entrambi i casi cede. In Australia contro Angelique Kerber mentre a Parigi contro Garbine Muguruza. È Wimbledon il luogo adatto per ritrovare vecchie certezze. È lì che la storia torna a bussarle alla porta. Serena è ancora in finale e in palio c’è l’aggancio a Steffi Graf, sia a livello di Slam (22) che di Championships (7). Di fronte c’è ancora Angelique Kerber.

Per un giorno la Williams torna la giocatrice ingiocabile ammirata fino a undici mesi prima. E non che la Kerber giochi una brutta gara. Concentrata, decisa e brillante, Serena concede solo una palla break in tutta la finale, strappando il servizio all’avversaria nei momenti più importanti dei due set. Un match perfetto – concluso da una facile volée a campo aperto – che però rappresenta anche una grande illusione. Le crepe prodotte da Roberta Vinci non si rimarginano. Per lei ci sarà un’altro titolo Slam (Australian Open 2017, il 23esimo) ma anche un’interminabile serie di delusioni che certificano un inesorabile declino. Wimbledon 2016 è l’ultima volta in cui si è vista Serena Williams al suo massimo.

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