Le destre europee tornano a guardarsi con interesse, in vista del voto di midterm di gennaio che, secondo gli accordi tra i vari partiti, dovrebbe portare a un rinnovo delle cariche al Parlamento europeo, tra presidente, vicepresidenti e consulenti. Se sui temi e il punto fermo dell’appoggio indiscusso alle istituzioni europee le distanze rimangono, la necessità di strappare nomine più favorevoli possibili ha già messo in moto le diplomazie del Partito Popolare Europeo (Ppe), dei conservatori di Ecr e dei sovranisti di Identità e Democrazia (Id) che, oggi, provano a trovare un’intesa sul nome del prossimo presidente dell’Eurocamera. Come da accordi, dovrebbe essere di marca Popolare e il nome più gettonato è quello di Roberta Metsola, maltese che piace all’ala conservatrice, a una bella fetta di Ecr, alla parte più dialogante della Lega e che, secondo quanto appreso da Ilfattoquotidiano.it, non è invisa anche a una parte delle formazioni di sinistra. A compromettere quello che, così, sembrerebbe un accordo già fatto potrebbero essere, però, le elezioni tedesche del 26 settembre: se, come dicono i sondaggi, il nuovo cancelliere sarà di marca socialista e appoggiato dai Verdi, con il candidato della Spd Olaf Scholz saldamente in testa, la nuova leadership tedesca potrà far valere il nuovo peso specifico anche a Bruxelles, indicando come successore di David Sassoli la più moderata, e gradita all’ala liberale del Ppe, Esther de Lange, olandese. In questo contesto, Matteo Salvini, la cui leadership all’interno della Lega traballa, rilancia proponendo una formazione di destra europea unita. Ma i vertici dei Popolari frenano, con Tajani e Weber in testa.

Le destre unite sotto il nome di Metsola, ma il voto tedesco può ribaltare la situazione
Il Partito Popolare Europeo, indebolito da un’eventuale sconfitta della Cdu in Germania che gli toglierebbe anche l’ultima cancelleria nei cinque principali Paesi Ue, cerca di tenersi stretta la promessa di una presidenza della Plenaria. L’accordo raggiunto a luglio 2019 sulle nomine dei presidenti dei tre principali organi europei, Commissione, Parlamento e Consiglio Ue, prevedeva un mandato a metà per la presidenza dell’assemblea. La prima di marca socialista, con il gruppo che ha scelto David Sassoli, e la seconda di marca Popolare. Un’intesa simile a quella che portò, nel mandato precedente, alla doppia presidenza Schulz-Tajani e che non sembra al momento essere in discussione, anche se dai Socialisti e Democratici (S&D) arrivano lamentele per la decisione di dare la presidenza dell’Eurogruppo all’irlandese del Ppe Paschal Donohoe.

Ma a incidere in maniera decisiva sul candidato Popolare alla presidenza del Parlamento saranno soprattutto due fattori. Innanzitutto l’appeal dei due nomi al momento in ballo. E intorno a quello di Metsola si stanno raggruppando le destre europee: la candidata è infatti sostenuta dall’ala più conservatrice del Ppe, ma piacerebbe anche a una buona fetta di Ecr, avendo anche ottimi rapporti con i rappresentanti di Fratelli d’Italia, formazione che esprime anche il presidente dei conservatori con Giorgia Meloni, e a una parte degli Identitari, oltre che a una parte della sinistra. L’alternativa, sostenuta dall’ala più liberale, è quella dell’olandese Esther de Lange, più in linea anche col favore dei Liberali e dei socialisti.

Proprio l’esito delle elezioni tedesche può cambiare le carte in tavola: se dopo il voto la cancelleria tedesca sarà di marca Spd, è possibile che i socialisti facciano pesare la propria leadership in Germania per indicare il candidato Popolare da loro preferito, in questo caso de Langhe. Tutto è ancora in divenire, però, a quattro mesi circa dal voto dell’aula.

Salvini guarda a una destra unita in Europa, ma Tajani e Weber lo stoppano: “Mai con gli anti-Ue”
Da parte loro, però, nell’emisfero conservatore e sovranista che compone la Plenaria di Bruxelles sono già in corso i lavori per trovare un punto d’aggancio ai Popolari. Dopo il terremoto interno al Ppe durante la lunga discussione sull’espulsione di Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban, i Popolari hanno tracciato una linea rossa apparentemente invalicabile tra loro e le altre anime della destra: “Noi non ci uniremo mai a chi mette in discussione i valori dell’Unione europea e l’euro”, hanno ripetuto come un mantra. E adesso che il partito, seppur indebolito dagli esiti elettorali degli ultimi anni, è riuscito a ritrovare un proprio equilibrio, l’idea di confrontarsi con formazioni come Rassemblement National di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland, il Pis polacco o anche l’ala più estremista della Lega riporta alla luce le vecchie frizioni interne. Ma sia FdI che Fidesz stanno cercando di diventare l’anello di congiunzione tra i due mondi.

Ci ha provato anche Matteo Salvini, con un’uscita che ha svelato le reali ambizioni della Lega, o almeno di una parte di essa: “Il voto tedesco di domenica cambierà gli equilibri europei e continentali per i prossimi venti anni – ha dichiarato – E avere tre centrodestra divisi al Parlamento europeo, un pezzo nei Popolari, uno nei Conservatori e uno negli Identitari, ci dà meno forza. Da domenica sera può cambiare il mondo, anche nella famiglia del Ppe in Europa. Se dopo l’epopea Merkel la Cdu uscisse dal governo dopo 15 anni, certi ammiccamenti con il centrosinistra in Europa sarebbero puniti dagli elettori e questo richiederebbe un riposizionamento anche a livello europeo”. Parole alle quali è seguito un vero e proprio appello alle altre anime della destra europea: “Uniamo le forze, superiamo egoismi, steccati e divisioni. Se questi tre gruppi si mettessero insieme, potremmo essere il primo gruppo all’Europarlamento ed essere incisivi su agricoltura, commercio, immigrazione e politica estera. L’Europa in questo momento fa ridere e non contiamo un fico secco da nessuna parte. Io continuo a credere e a proporre di unire le forze di centrodestra in Italia”.

Nel Ppe, al momento, una possibilità del genere non viene ancora presa in considerazione, nonostante una buona fetta dei 29 europarlamentari leghisti, dicono fonti Popolari a Ilfattoquotidiano.it, siano pronti a migrare tra le fila del principale gruppo politico europeo. Più facile che il tema torni d’attualità nel 2023, quando in Italia si tornerà al voto e il gioco delle alleanze si allargherà anche al panorama Ue. La chiusura è confermata anche dalla risposta dei vertici Popolari alle parole del leader del Carroccio: “Il voto in Germania non cambierà gli equilibri – ha puntualizzato Antonio Tajani – Il Ppe è il gruppo più numeroso e si riconosce in determinati valori, credo sia giusto collaborare ma mi sembra impossibile che nasca un gruppo unico. Sulle questioni fondamentali come l’Europa o l’euro abbiamo posizioni molto chiare. Si può dialogare ma è impossibile per il Ppe dialogare con Afd o con la Le Pen perché sono contro l’Europa”. Lo ha ribadito anche Manfred Weber: “Il gruppo del Ppe ha una chiara idea sul futuro dell’Europa, noi crediamo in una forte Europa unita e chiunque si definisca come cristiano democratico, chiunque voglia tenere il centrodestra unito, deve prima pensare all’Europa unita e questo è il criterio”.

Twitter: @GianniRosini

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