“Papà, ma come fanno a correre così veloci?” Perché sono fortissimi. Più forti di quello che è capitato a loro. Commento così lo stupore di mia figlia mentre guardiamo insieme le Paralimpiadi. Abituata a un mondo che solitamente mette ai margini chi è affetto da disabilità, le mostro cosa possono fare un corpo provato e la tenacia: in silenzio ammiriamo la scena di un atleta ipovedente che taglia il traguardo senza più fiato, o la ragazza col corpo tremolante che sale sul podio e mostra come si sta dritti nella vita.

Ricordi. “Guarda come è bello!” diceva mia madre riferendosi a Muhammad Ali che, afflitto ma per nulla vinto dal Parkinson, accendeva la fiamma olimpica ad Atlanta. Me lo faceva guardare anche quando ero un ragazzino, davanti al Grundig rosso con l’antenna di acciaio deformata dalle mille torsioni che le si imponevano per cercare un segnale accettabile. Ero piccolo in un piccolo paese di campagna. Nessuno o quasi aveva mai visto uomini di colore, se non nella loro rappresentazione coloniale tramandata dai alcuni reduci. “Bello, mamma?” “Sì, guarda come danza!” Solo nel tempo sono riuscito a intravedere quanto quest’uomo fondesse corpo e parola, oltre che emanare un’eleganza inusitata per chi era solito picchiare.

Il corpo, strumento capace di supplire a carenze di linguaggio e di istruzione, delle quali mai Clay fece mistero (“Io sono il più grande, non sono il più intelligente”). Egli seppe dire di no in un tempo buio e conservatore, nel quale la paranoia atomica e lo spostamento sul terzo (quel vietcong che tutti noi conoscemmo solo successivamente in tanti film) rendeva impossibile, impensabile, inaccettabile disobbedire al comando della Zio Sam. Non era ancora il tempo del contraddittorio, dei diritti civili, ancora era da venire il dubbio sulla parola imposta. Il suo No alla chiamata in Vietnam fu un gesto rivoluzionario, allora, quando era scolpito, possente e invincibile.

Egualmente potente fu il suo No alla malattia, quando, (lì sì, il più grande di tutti), espose le sue braccia tremolanti alla folla, tedoforo ferito alle Olimpiadi dei corpi scolpiti. Nulla, credo, sia andato sportivamente e umanamente oltre quel gesto commovente e invincibile. Guardando questi atleti, ho riflettuto, assieme a Ginevra come col corpo si può danzare, si può erigere un muro a difesa della propria vulnerabilità, come la clinica insegna.

Il corpo lo si può ricostruire, dopo un operazione. Il corpo è luogo delle ferite, dei tagli, porta i segni di tutte le parole che non vengono dette. Il corpo si ammala, cade. E, come nel caso di questi atleti, danza, lotta e corre.

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