Ci sono realtà dello sport che hanno lavorato da sempre bene, con grande passione e con risultati ammirevoli: una di queste è sicuramente il Comitato Paralimpico Italiano, che è cresciuto moltissimo in questi anni, diventando ente pubblico e affrancandosi così dalla “sudditanza” al Coni.

Il Cip guidato da Luca Pancalli è cresciuto anno dopo anno, dando all’Italia un gruppo di atleti e atlete straordinari e capaci di regalarci a Tokyo un numero di medaglie mai raggiunto prima. Anche per questo ci è subito sembrata stonata e incoerente la decisione di stabilire l’importo dei premi per le medaglie di “Tokyo 2020” in misura decisamente inferiore a quanto il Coni ha stabilito per i propri medagliati.

Non siamo persone che vivono sulla luna e noi di Assist nel mondo dello sport e della politica ci siamo da oltre trent’anni. Capiamo quindi molto bene che, nel momento della decisione sul quantum da destinare a chi avrebbe portato a casa una medaglia, le valutazioni siano state anche prudenti dal punto di vista economico, dovendo il Comitato Paralimpico fare i conti con molte categorie all’interno di varie discipline, senza potere vantare, peraltro, la stessa forza economica del Coni.

Capiamo anche che vi siano nella lista delle cose da risolvere, anche altri problemi molto delicati, tipo la necessità di poter avere risorse per poter garantire i dispositivi (carrozzine, protesi eccetera) agli atleti e alle atlete, così come poter strutturare meglio il lavoro che ogni singola federazione sta facendo per far crescere il proprio movimento paralimpico. Tutto questo però non è per noi sufficiente per comprendere come mai sia stata accettata una differenza così marcata tra quanto porta a casa un medagliato paralimpico e quanto un normodotato.

Assist in ogni suo comunicato su questa denuncia ha sottolineato la buona fede e il grande lavoro del Comitato Paralimpico, ma non è possibile pensare che non si possa rimediare a una sperequazione così macroscopica. Si può eccome. Magari grazie a un contributo del governo, che potrebbe colmare quel divario di circa 4 milioni e mezzo e permetterci così di considerare uguale in Italia il valore delle medaglie azzurre. Che sono pagate con soldi pubblici (fa sempre bene ricordarlo).

Quando abbiamo parlato di questo problema, chiedendo subito vi si ponesse rimedio, l’opinione pubblica è letteralmente insorta. Nessuno (per fortuna, aggiungo) riesce a capire per quale ragione dobbiamo celebrare con la retorica delle parole e delle storie una parità che andrebbe esaltata con fatti e prove di rispetto. Perché, mi chiedo, quando si parla di soldi di colpo la questione diventa vittima del “benaltrismo” di chi deve agire?

Oggi, dopo una prima settimana di battaglia, possiamo registrare una interrogazione dell’onorevole Laura Boldrini, moltissimi articoli sui giornali e sui media (tra cui segnaliamo le voci di Enrico Mentana, Jacopo Melio e Stefano Massini), ma soprattutto le oltre 20mila firme raccolte in poco più di due giorni e senza avere ancora qualche firma pesante che possa fare amplificare la richiesta contenuta nell’appello su Change.org.

La settimana prossima l’Italia della politica e quella dello sport potranno decidere se equiparare i premi degli atleti e delle atlete di Tokyo, oppure se lasciare una macchia indelebile e incomprensibile su questi Giochi. Giochi che saranno anche ricordati come le Olimpiadi e le Paralimpiadi del Covid-19, del pubblico che non c’era, della paura di altri contagi, ma anche come l’evento planetario di rinascita, di speranza, di solidarietà.

La politica, la dirigenza sportiva, gli stessi atleti e atlete protagonisti, hanno sulle spalle un dovere enorme: quello di mostrare intransigenza davanti a una differenza che sa ancora di barriera all’uguaglianza, che ancora è disposta a non rifiutare e che fa della narrazione del “possiamo ancora sopportare questa ingiustizia” un messaggio bruttissimo e dannoso. Tutti e tutte abbiamo una responsabilità, perché è proprio abbattendo simboli e pratiche consolidate che si costruisce il mondo che vogliamo. È così che si cambia la cultura e la storia dei diritti e del rispetto che non possono conoscere differenze.

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