La primavera e l’inizio dell’estate non sono state segnate da carenza di lavoratori nei settori della ristorazione e dell’ospitalità. Dopo i dati Inps sulle assunzioni di stagionali a maggio, una conferma arriva dal rapporto Istat sul mercato del lavoro nel secondo trimestre. Il tasso di posti vacanti in quei comparti, pur in aumento, resta infatti inferiore ai livelli pre Covid. In assoluto, è vero, l’indice tra aprile e giugno ha toccato un livello “mai registrato dal 2016” (1,8%), rileva l’istituto. Una fiammata in parte fisiologica quando l’economia riparte dopo una batosta come quella del Covid. Ma soprattutto, come ricostruito su Twitter dall’economista Andrea Garnero, quel forte incremento dipende da altri settori: in particolare le attività professionali, scientifiche e tecniche, seguite dai servizi alle imprese (legali, contabilità, R&S, marketing).

I numeri, dunque, smentiscono la narrazione in base alla quale i “sussidi” – a partire dal reddito di cittadinanza per la cui abolizione sono schierati il centrodestra e Italia viva – avrebbero causato un fuggi fuggi di lavoratori dal settore accoglienza proprio mentre le attività ripartivano dopo le restrizioni invernali. La crescita “sostenuta” del tasso di posti vacanti – posti liberi per i quali il datore di lavoro “cerchi attivamente un candidato adatto e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo” – è determinata da posizioni scoperte in comparti che risentono di altri problemi. Sicuramente la difficoltà di incrocio tra domanda e offerta e la necessità di una formazione professionale che tenga conto delle esigenze del mondo produttivo. “L’Italia ha molti veri e propri giacimenti occupazionali inutilizzati, a causa dei gravi difetti di funzionamento del suo sistema di servizi al mercato del lavoro. Il reddito di cittadinanza? Incide, ma solo marginalmente”, ha commentato per esempio il giuslavorista e già senatore del Pd Pietro Ichino riguardo agli ultimi dati Unioncamere secondo cui in agosto le imprese prevedevano di assumere 256mila lavoratori ma il 32,7% delle figure era difficile da reperire.

L’altro fronte è quello dei livelli salariali molto bassi. Non a caso segnalazioni di difficoltà a trovare “braccia” arrivano dalle imprese di tutto l’Occidente e pure da quelle cinesi. Ovunque, i dati mostrano che i sussidi c’entrano poco. E la soluzione individuata da chi non può fare a meno di assumere sembra la stessa: aumentare gli stipendi e offrire bonus di ingresso ai nuovi assunti, invece che accoglierli con inquadramenti da stagista. Una linea d’azione che per ora le aziende italiane faticano ad imitare.

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