di Gianluca Pinto

Ancora una volta ho avuto modo di sentire la frase, ormai divenuta slogan asettico quasi senza significato (quello vero): “… per il bene del paese…” Oscar Farinetti, all’Aria che Tira (dell’8 settembre) sosteneva, in sintesi, che i partiti a volte devono “deludere” i loro elettori per il bene del paese. Non ho intenzione di soffermarmi sull’originalità del concetto espresso, ma sul suo significato reale e materiale, che trovo preoccupante.

Non è la prima volta che si parla del “bene del paese” in modi che trovo davvero inquietanti. Non sarebbe arrivato il momento di farci qualche piccola domanda? Il primo pensiero che mi passa per la testa ogni volta che ascolto enunciazioni simili è un interrogativo. Il bene del paese, chi lo stabilisce? Voglio dire, chi è che ha la facoltà di stabilire quale sia il bene del paese, ossia della nostra collettività?

A me risulta, senza voler per forza dire che io abbia ragione (ma un po’ sì, anche), che il bene del paese sia in mano alla collettività stessa che lo deve stabilire con percorsi democratici seguendo le regole costituzionali. Questo si realizza, nel nostro sistema, tramite le rappresentanze politiche in Parlamento, che “rappresentano”, appunto, le diverse anime del nostro paese e, dopo confronti anche duri, raggiungono una posizione. Il confronto tra maggioranza e opposizione incarna questo spirito e lo concretizza. È altresì chiaro, evidentemente, che il “bene del paese” sia frutto di un confronto e quindi qualche aggiustamento delle proprie istanze da parte delle forze politiche rappresentanti per arrivare a una “mediazione” di interessi (interessi rappresentati, ovviamente, non personali o di partito in quanto tale) sia evidente.

Accade, però, che nel contesto attuale (già da un po’ di tempo a dire il vero) “il bene del paese” venga dato per stabilito (non si sa da chi) e venga addirittura messo in contraddizione con la politica rappresentativa, come se questa fosse un ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo (che, ricordiamolo è nelle mani della collettività). Sembra che ci venga detto che la politica non può essere il tramite istituzionale attraverso cui noi tutti stabiliamo cosa è bene per noi e cosa no. Sembra che si continui a dire che il nostro bene lo stabiliscono altri e, anzi, noi in quanto rappresentati, siamo d’ostacolo.

In quest’ottica si spiega benissimo il comportamento disinteressato di Mario Draghi nei confronti del dibattito nella “maggioranza totalitaria” e l’insistenza da parte di alcuni giornali nel proporre un proseguimento di Draghi come Primo ministro: questo come se dipendesse solo da lui e dalla sua volontà caritatevole e non dalle scelte popolari (elezioni) di un paese democratico (in teoria sarebbe questo l’iter, mi pare). Anche l’uso del concetto di “divisivo” applicato negativamente ai governi mi fa accapponare la pelle. Ma santo cielo, dove ci sono due schieramenti e vince uno come si fa a non essere divisivi? È democrazia.

A meno che la questione del “bene del paese” non sia proprio così come ci viene narrato ultimamente. Non è che, proprio per come è impostato il modello liberista e, soprattutto, come è stata costruita l’Europa ci ritroviamo di fronte al fatto che il bene del paese non è più quello deciso dai cittadini, in funzione del benessere della collettività (anche partendo da posizioni diverse, come naturale), ma dipende esclusivamente da costruzioni di regole economiche (totalmente ingiuste e inaccettabili) che ne minano la sopravvivenza in caso non si rispettino? Non è che, da anni a questa parte, ci stiano “insegnando” a pensare che il bene del paese possa essere solo in mano a banche e imprese, ai tecnici, ai “migliori”, insomma, e la collettività non debba mettere becco sui diritti del capitale che ha deciso di lasciare la sorte di ogni individuo del globo in mano al denaro inteso come mezzo di selezione naturale?

Credo che sia il momento di pensare tutti sul serio, anche da posizioni “divisive”, a questo tema fondamentale.

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