È un tragico paradosso quello che Joe Biden vive in queste ore. Il presidente ha ordinato il ritiro dall’Afghanistan per “non sacrificare una sola altra vita americana” ad una guerra che non corrisponde più agli interessi strategici degli Stati Uniti. Gli attentati all’aeroporto di Kabul hanno però fatto tredici vittime americane. Era dal febbraio 2020 che gli Stati Uniti non registravano perdite nel conflitto afgano. Il desiderio di non provocare sacrifici inutili ha prodotto altri sacrifici e la posizione di Biden, già in difficoltà per le condizioni caotiche del ritiro, si fa ora più complicata. I repubblicani arrivano a chiederne l’impeachment. I democratici non lo difendono più di tanto. Biden va avanti per la sua strada, sperando che la situazione in Afghanistan si normalizzi e che altre questioni – soprattutto l’economia – prendano il sopravvento.

Il presidente ha seguito gli aggiornamenti dall’aeroporto di Kabul insieme ai suoi più stretti collaboratori: il segretario di Stato Antony Blinken, quello alla Difesa Lloyd Austin, il capo dell’esercito, generale Mark Milley. Con loro – dopo aver annullato o posticipato ogni altro impegno, tra cui l’incontro con il primo ministro israeliano Naftali BennettBiden ha concordato la presa di posizione pubblica del tardo pomeriggio di giovedì. I soldati morti “erano eroi di una generosa missione per salvare le vite di altri”, ha detto Biden. “I terroristi non ci scoraggeranno”, ha aggiunto, spiegando che la missione di ritiro americano proseguirà nei tempi stabiliti, quindi entro il 31 agosto. Infine, c’è stata la minaccia: “Non perdoneremo. Non dimenticheremo. Vi staneremo, fino a farvela pagare”.

In un momento per lui politicamente difficilissimo, il più difficile della sua presidenza, Biden ha cercato di rilanciare un’immagine di determinazione, di resilienza, di partecipazione commossa al dolore delle vittime. Il presidente, del resto, non può fare molto altro. Una volta deciso il ritiro – contro il parere dell’esercito e di alcuni tra i suoi più stretti collaboratori – Biden deve per forza tenere il punto. Ogni dimostrazione di indecisione, di revisione della strategia iniziale, finirebbe per ingigantire l’immagine di un presidente senza bussola e in balia degli eventi. Quanto alla possibile rappresaglia contro l’IS-K, la filiale locale dello Stato Islamico responsabile degli attentati, non ci sono al momento notizie certe. Kenneth McKenzie, il generale a capo dello U.S. Central Command, ha spiegato che gli Stati Uniti hanno la capacità militare di perseguire i terroristi, ma non ha offerto una tempistica. McKenzie ha anche spiegato che nelle prossime ore continuerà la collaborazione con i talebani per un ordinato ritiro da Kabul. Il generale ha però aggiunto che non tutte le informazioni in possesso dell’intelligence militare sono condivise con i vertici talebani; accenno che dimostra come gli Stati Uniti stiano lavorando da soli a una possibile reazione militare contro l’ISIS.

GLI ATTACCHI DEI REPUBBLICANI – Mentre la Casa Bianca attende con trepidazione le notizie dall’Afghanistan, si precisa meglio il “fronte interno” del conflitto. Le critiche dei repubblicani erano prevedibili e sono regolarmente arrivate. Il fronte degli oppositori si divide tra coloro che hanno ambizioni presidenziali nel 2024 e quelli che usano la vicenda per rilanciare la forma più estrema del trumpismo. Tra i primi c’è l’ex ambasciatrice all’ONU Nikki Haley, che chiede le dimissioni o l’impeachment per l’attuale presidente, salvo poi lamentarne le conseguenze: “Questo ci lascerebbe nelle mani di Kamala Harris, che è dieci volte peggio. Dio ce ne scampi”, scrive in un tweet Haley. Tra gli epigoni del trumpismo emerge, ancora una volta, il senatore del Missouri Josh Hawley, che parla della “responsabilità di Joe Biden” in un atto che è “ben oltre che disgustoso”. Anche Hawley pretende le dimissioni da Biden. L’impeachment viene del resto chiesto da un’ampia fetta del G.O.P, rappresentativa dei vari orientamenti e settori del partito: si va dalla “pasionaria” trumpiana Marjorie Taylor Greene al vecchio e felpato senatore del South Carolina Lindsay Graham. Si tratta di una richiesta che non ha alcuna possibilità di realizzarsi: ai pro-impeachment mancano infatti i numeri per far passare la richiesta al Congresso. Si tratta dunque di una boutade politica, di uno strumento per tenere alta la pressione su Casa Bianca e democratici in vista dei prossimi appuntamenti elettorali.

LA FREDDEZZA DEI DEMOCRATICI – A Biden non è invece sicuramente sfuggito il sostanziale distacco con cui molti democratici hanno reagito agli eventi delle ultime ore. Tra le reazioni di maggior peso c’è quella di un senatore centrista e politicamente molto vicino a Biden, Bob Menendez, che parla di “una crisi umanitaria a tutti gli effetti” e chiede di portare a termine il ritiro “come stabilito”. Altra dichiarazione interessante è stata quella di Jack Reed, senatore del Rhode Island, anche lui molto vicino a Biden, che si limita a dire: “La perdita di vite umane è tragica”. I democratici preferiscono dunque concentrarsi sulla crisi umanitaria e non spendono molte parole per difendere la strategia di Biden. Il peggioramento della situazione in Afghanistan, un ritiro che diventa sempre più caotico, l’eventuale perdita di altre vite americane sono fattori possibili e molti democratici non vogliono trovarsi in un anno elettorale – le elezioni di midterm sono fissate per il novembre 2022 – legati alle fortune calanti di un presidente schiacciato dai propri errori.

IL GRADIMENTO DEGLI AMERICANI – La palla, quindi, torna nel campo di Biden. Il presidente sa di essere solo, senza il sostegno degli amici più stretti (risalta in queste ore il silenzio di Barack Obama), con il proprio partito che attende freddamente gli eventi e non prende posizione. Il team Biden osserva con attenzione i sondaggi, non buoni, che arrivano dai principali media e istituti di ricerca: Suffolk University, NBC News, Morning Consult, Harris, CBS News. A maggio la popolarità di Biden era al 54 per cento (dato ottenuto facendo la media dei principali sondaggi). A inizi agosto era sceso al 51,5 per cento. Oggi la media è crollata al 47 per cento. Non sfugge a Biden e ai suoi un dato che è confermato dai principali sondaggisti. La caduta di consensi non dipende esclusivamente dal caos afgano ma anche e forse soprattutto dal rapido peggioramento della crisi sanitaria. Il Paese è spaccato in due, con zone ad alta percentuale di vaccinati contro il Covid ed altre, spesso quelle più povere, dove le vaccinazioni sono andate a rilento e dove si muore come nei primi, tragici mesi dell’epidemia.

COVID DECISIVO PIU’ DELL’AFGHANISTAN – L’evoluzione della crisi sanitaria è centrale nella perdita di consensi di Biden. Un sondaggio di NBC News mostra proprio questo. In aprile la gestione Covid del presidente aveva un 69 per cento di approvazione. Oggi Biden è al 53 per cento, con un crollo quindi di 16 punti. La centralità della pandemia è confermata in queste ore da diversi sondaggisti, di diverso colore politico. “È la tempesta domestica, l’ondata della variante Delta, che sta causando più difficoltà in questa fase per il presidente Biden”, ha detto Jeff Horwitt, analista democratico. Gli fa eco un collega repubblicano, Bill McInturff: “Il miglior modo per leggere i sondaggi su Biden è dimenticare l’Afghanistan”. Come tante altre volte nella storia americana, sarebbe quindi una crisi interna, e non le sorti del Paese all’estero, a guidare preferenze e attitudini degli elettori. Il Covid, con le ricadute sull’economia e sull’occupazione, sarebbe per gli americani un elemento di preoccupazione più impellente rispetto alle condizioni del ritiro da Kabul.

È su questo che si fonda la scommessa di Biden per i mesi a venire. La Casa Bianca prevede che, dopo l’iniziale tempesta, le critiche sulla gestione del caso afgano andranno attenuandosi. L’Afghanistan, lasciato a se stesso, non sarà più argomento di discussione e di preoccupazione per la politica USA. E saranno allora le questioni interne, soprattutto quelle economiche, a emergere. In questo senso, l’amministrazione spera che i pilastri della sua strategia economica e sociale in discussione al Congresso – il piano sulle infrastrutture e quello sulle tutele sociali – aiutino nella risalita dei consensi. Per realizzarsi, la strategia ha però ovviamente bisogno di due condizioni: che gli Stati Uniti non siano di nuovo risucchiati nel caos afgano; che l’emergenza Covid non si allarghi. In questo puzzle di difficile composizione, in bilico tra economia, pandemia, terrorismo internazionale, sta il futuro dell’amministrazione Biden e le speranze dei democratici alla vigilia del midterm 2022.

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