Sole e mare cristallino, miniere riconvertite al turismo e nuraghi, buon cipo e tradizioni. Ma la Sardegna ha anche un primato niente affatto lusinghiero: è la regione con la maggiore incidenza della patologia che colpisce il sistema nervoso centrale. A fronte di 198 casi per 100mila abitanti stimati in media a livello nazionale, se ne contano 370 nell’isola. Ma ora c’è un problema in più. La Regione, nel “fai e disfa” per cercare di affrontare l’emergenza coronavirus, ha smantellato un servizio d’eccellenza: il Centro regionale per la diagnosi e la cura della sclerosi multipla, con sede all’ospedale Binaghi. Struttura nel centro di Cagliari considerata un modello, anche dal punto di vista logistico: circondata da un’ampia area verde, ha le finestre del reparto di degenza che si aprono sul panorama del parco Molentargius colorato dai fenicotteri rosa.

L’amministrazione guidata dal presidente Christian Solinas ha però deciso di trasformare il presidio in ospedale Covid, scartando la possibilità di utilizzare altre strutture ormai vuote (tagli e razionalizzazioni hanno spolpato interi presidi) o parzialmente utilizzate, presenti in tutta la Sardegna, compreso nei territori periferici che a gran voce chiedevano di utilizzarle come punti di riferimento per i pazienti Covid.

Il risultato è che il Centro sclerosi multipla ora si ritrova diviso in due strutture: una piccola parte del Binaghi per le visite, un pezzo dell’ospedale oncologico Businco per le terapie. I pazienti pendolari da una parte all’altra. E con loro provette, cartelle cliniche e, soprattutto, il personale ridotto all’osso. Il grido d’allarme lanciato più volte dall’Aism di Cagliari è eloquente nella sua drammaticità: “La continuità assistenziale e terapeutica per 5mila pazienti è a forte rischio. Il Centro è in pericolo per la grave carenza di personale e il perdurare di una situazione strutturale precaria“. Non si tratta di sensazioni. A parlare sono i numeri: 4 neurologhe in servizio, tra cui la responsabile e una in procinto di andare in pensione, una caposala che ha cessato il servizio quasi un anno fa e non è mai stata sostituita. “Il Centro per la cura e diagnostica della Sm più importante della regione rischia di non riuscire più a garantire la continuità assistenziale per tutti i pazienti sardi attualmente in cura – ha scritto recentemente l’Aism in un comunicato – un problema che aggrava il quadro della presa in carico socio-sanitaria della persona con Sm, già abbastanza critico in tutti i centri Sm della Sardegna”.

L’associazione ha ricordato più volte che la sclerosi multipla “è una priorità per la Sardegna – anche in considerazione del noto quadro epidemiologico – e pertanto come non possiamo permettere che questa patologia e tutto il comparto delle patologie croniche rimangano abbandonate, andando tra l’altro ad aumentare i costi sociali della malattia e, in primis, a compromettere l’inviolabile diritto alla salute dei cittadini e delle cittadine”.

Ivan Melis, paziente di 44 anni costretto su una sedia a rotelle, fa fatica a contenere la rabbia: “Assistiamo a qualcosa di assurdo e inaccettabile. I pazienti, già messi a dura prova dalla malattia, sono piegati e discriminati per colpa dei tagli impietosi alla sanità e delle decisioni discutibili, quale quella di dividere in due il Centro Sm”.

La questione, in questi mesi, ha suscitato anche polemiche politiche. Il consigliere regionale Massimo Zedda, con il gruppo Progressisti guidato da Francesco Agus, si è occupato spesso della vicenda, ricordando che “il numero dei pazienti per ogni neurologo è 5 volte superiore alla media: il Centro è stato depotenziato e trascurato”. “Questo crea continue difficoltà per le prime diagnosi e per le visite di controllo. Le difficoltà riguardano anche le risonanze magnetiche: il centro dovrebbe avere una macchina diagnostica dedicata ed esclusiva, ma la carenza di personale e il dover lavorare su due sedi rende difficilissimo anche utilizzare questi strumenti. Gli altri ospedali sono nella stessa situazione e questo riguarda anche le patologie per le quali una diagnosi precoce e l’avvio della terapia sono vitali. Pensiamo ai pazienti oncologici: oggi ci sono circa 400 tac in lista d’attesa. Quanti di questi pazienti possono permettersi di aspettare? Da mesi denunciamo la necessità di abbattere le liste d’attesa per evitare che ci siano più vittime per assenza di cure rispetto a quelle causate dal Covid”.

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