I Talebani e la ‘Carta del perdono’. A Herat, seconda città dell’Afghanistan e centro nevralgico al confine con l’Iran, l’occupazione e la sostituzione di tutto l’apparato militare e istituzionale è avvenuta senza troppi spargimenti di sangue. A parte alcune scaramucce alla fine di luglio, la forza difendente non ha opposto alcuna resistenza. Una sorta di copia/incolla con quanto accaduto in altre province del Paese dove l’Afghan National Army e la polizia locale hanno semplicemente deposto le armi e sventolato bandiera bianca, preferendo imboccare la strada verso un destino segnato.

Ormai in totale controllo della Città dei Minareti, gli ‘Studenti coranici’, almeno per ora, in luogo della cruda repressione messa in atto nel 1996 (quando presero il controllo del governo a seguito di due anni di guerriglia) hanno optato per una strada, all’apparenza, più conciliante. Resta, tuttavia, la diffidenza per una strategia anomala. A partire dal primo provvedimento assoluto preso dalle autorità del nuovo Emirato Islamico dell’Afghanistan, la Forgiveness Card, il Documento del Perdono. La diffidenza è legata proprio a questo documento, rilasciato a tutti coloro che si recheranno nelle sedi istituzionali ora controllate dai Talebani per riempire dei moduli.

Al momento del loro ingresso a Herat – ma probabilmente la stessa cosa si è ripetuta in ognuna delle province e della città conquistate – i leader dei Talebani hanno diffuso il loro annuncio principale: ‘Perdoniamo tutti, militari, staff del governo, membri delle ong, non intendiamo vendicarci’. Da qui la richiesta, a tutti i cittadini, di presentarsi negli uffici preposti per fornire tutti i propri dati anagrafici e altre informazioni: nome e cognome, stato di famiglia, professione, origini. Solo così gli abitanti di Herat, almeno quelli che si sono presentati, hanno potuto ricevere in cambio la Forgiveness Card. In realtà questa raccolta di informazioni personali somiglia più a un’opera di schedatura.

Oltre alla raccolta dei dati i Talebani sono anche alla ricerca di tutte le armi in possesso agli afghani di Herat, da consegnare al momento del colloquio con le autorità per ottenere la Forgiveness Card. I sospetti attorno all’atteggiamento dei vertici Talebani sono legati anche alla costante raccolta di informazioni nei confronti degli attivisti e frequentatori dei social network: blogger, giornalisti, insomma i più attivi sulla rete. C’è poi la questione femminile e per ora le dichiarazioni talebane sono ambigue a Herat. I proclami cambiano in maniera repentina, specie per quanto concerne la sfera professionale delle donne.

L’università, ad esempio, dove le regole sembrano diverse da un giorno all’altro: prima arriva l’ok alla frequenza delle lezioni delle studentesse e la possibilità alle docenti donne di avere una cattedra, poi la musica cambia e il permesso dell’insegnamento viene concesso soltanto a quelle di rango più alto. Infine il capitolo legato alla forte presenza italiana nella città e nella provincia di Herat. La parte militare in primo luogo, oltre agli sforzi per rilanciare il tessuto economico e sociale attraverso i progetti coordinati dall’Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo.

‘Camp Arena’, la base logistica nell’area aeroportuale di Herat che ha accolto il contingente militare italiano nel passaggio tra la missione Isaf e Resolute Support, è già nelle mani dei Talebani, dopo neppure 45 giorni dalla cerimonia dell’ammaina bandiera celebrato alla presenza del Ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Tutti i progetti a cui l’Italia ha preso parte per il rilancio della struttura sociale della città, in particolare le infrastrutture viarie, l’agricoltura e la sanità, sono stati realizzati per essere concessi, di fatto, ai Talebani. Gli stessi che hanno già cambiato i direttori dei primi reparti dell’ospedale pubblico di Herat, sistemato e potenziato proprio grazie alla cooperazione italiana. Tanta fatica e risorse sprecate per nulla.

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