Sin dall’inizio dell’emergenza Covid-19 parlando di “salute” abbiamo inteso prevalentemente quella pubblica, soprattutto da quando abbiamo avuto a disposizione i vaccini. Lockdown, open day vaccinale, immunità di gregge: tutti momenti e obiettivi volti a garantire la salute di un’intera comunità. Eppure, nel legittimo intento di proteggerci collettivamente, la soluzione del green pass ha dimenticato le istanze delle persone trans.

Preciso: al contrario di quel che ha erroneamente titolato qualche testata, la comunità Lgbtqia+ non si è affatto dichiarata contraria alle vaccinazioni o al green pass, però varie associazioni e attivistə hanno sollevato alcune criticità relative alla privacy. L’app di verifica C19 che i locali utilizzano, infatti, rende visibile nome e cognome in fase di scannerizzazione all’ingresso. Non stiamo parlando semplicemente di un bip d’ordinanza prima di entrare in un locale – come accade a tutte le persone cis – ma di esporsi, in quel momento, a un outing forzato, nonché a una serie di spiacevoli fraintendimenti risultanti, spesso, nel dover spiegare al “controllore” di turno il proprio percorso di transizione.

Perché? Perché purtroppo su molte carte d’identità delle persone trans (e quindi sulle loro certificazioni vaccinali) è ancora presente il deadname, cioè i dati anagrafici originali, nel cui genere non ci si riconosce più. Modificare i documenti ed essere finalmente riconosciutə dallo Stato richiede anni di burocrazia; sebbene la famosa operazione chirurgica non sia più un requisito obbligatorio, gli step da compiere sono ancora parecchi: presentare una diagnosi di disforia di genere, aver intrapreso un percorso con specialista endocrinologə, fare domanda di “rettificazione del sesso” (che mi piacerebbe si chiamasse più correttamente “conferma di genere”) al Tribunale di residenza per ricevere l’autorizzazione alla modifica dei documenti. Insomma: uffici, udienze, udienze rinviate, uffici di nuovo e così in circolo: riassunto all’italiana.

Le testimonianze condivise online da attivistə della comunità trans raccontano tutte le stesse paure: voler entrare in un locale e non essere riconosciutə rispetto al documento, ricevere commenti transfobici in pubblico, esporsi a vessazioni e spiegazioni dolorose dopo aver già discusso il tutto al momento del vaccino, spesso di fronte a personale sanitario totalmente impreparato e inconsapevole… roba che mi fa cadere le braccia. E se da settembre il green pass sarà effettivamente obbligatorio anche per i mezzi pubblici, i rischi di aggressioni o insulti per le persone trans si moltiplicherebbero chilometro dopo chilometro. Gli stessi ostacoli, ovviamente, li hanno anche le persone non-binarie e/o non medicalizzate. Impossibile non considerare che alcunə sceglieranno di restare a casa pur di non vivere episodi spiacevoli, proprio come segnalato da Gay Center.

La questione, dunque, non è rendere facoltativo il green pass, ma cercare un metodo che non metta in pericolo nessunə. Difficile, certo, per un paese in cui si cerca di affossare la legge Zan perché contiene il concetto di “identità di genere” e in cui, quando si prova a fare divulgazione, si viene accusati di essere fanatici dell’inesistente teoria gender.

Se da un lato Monica Cirinnà ha sostenuto la comunità T in una recente intervista proprio sul passaporto verde, l’unico partito a essersi esposto dai suoi canali ufficiali è Possibile, riportando le parole dell’associazione Gruppo Trans: la ministra Lamorgese ha parlato di sanzioni nel caso in cui ci sia una palese incongruenza tra i dati della certificazione e quelli sul documento. È proprio il caso delle persone trans o non binarie. Quale alternativa, dunque? Proprio Gruppo Trans, ad esempio, propone la possibilità per le persone trans di segnalarlo prima del download della certificazione, in modo da avere una dicitura per i gestori di questo tipo: i dati anagrafici e il genere di chi esibisce questo green pass potrebbero non corrispondere al suo aspetto fisico; chi controlla è tenuto a evitare domande o commenti che possano esporlə pubblicamente.

In questo modo verrebbero tutelate sia la privacy che la sicurezza, anche se purtroppo non è possibile tenere sotto controllo ogni singolo locale. Io credo che alternative digitali ancor meno esplicite possano essere cercate e studiate. Sarebbe una presa di posizione forte e chiara da parte del ministero della Salute su come si tutela e ci si rivolge correttamente a chi è in transizione o fuori dal binarismo di genere. Impossibile? Roba dell’altro mondo? Io dico di no. In Italia le persone trans vivono già abbastanza discriminazioni, direi che questa possiamo almeno provare a evitargliela con un paio di click.

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