di Giovanni Vignali*

L’alibi familiare che ha protetto per oltre 40 anni Paolo Bellini dall’accusa di aver partecipato alla strage alla stazione di Bologna è crollato, pochi giorni fa, quando l’ex moglie – Maurizia Bonini – ha preso la parola in aula, interrogata dalla Procura generale.

“E’ lui. Forse ha i capelli un po’ indietro ma la parte bassa del viso, la fossetta… Lo riconosco ancora meglio nell’immagine trasmessa dal telegiornale” ha ripetuto perentoria la donna, davanti ai fotogrammi estrapolati da un video amatoriale girato il 2 agosto 1980 da un turista, di passaggio per caso sui binari del capoluogo emiliano-romagnolo a pochi minuti dall’esplosione. Sugli schermi della Corte d’Assise scorreva l’istantanea di un uomo riccio, coi baffi folti, una maglietta azzurra e una catenina al collo.

Nel nuovo processo per la mattanza, che uccise 85 persone e ne ferì oltre 200, Bellini – un passato da terrorista di Avanguardia nazionale, in contatto coi carabinieri e infiltrato nel ‘92 nella mafia dei corleonesi che negli stessi mesi ammazzava Falcone e Borsellino, killer autoaccusatosi di oltre 10 omicidi in una faida di ‘ndrangheta – deve rispondere di un’accusa pesantissima: gli viene imputato di essere il quinto uomo della strage, colui il quale avrebbe portato l’esplosivo a Bologna. L’ex Primula nera, come è stato a lungo ribattezzato, si è sempre proclamato innocente e continua a protestare la sua estraneità ai rilievi che gli vengono mossi. Per quel fatto sono già stati condannati Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini con sentenza definitiva, Gilberto Cavallini in primo grado.

La testimonianza dell’ex moglie di Bellini segna un punto di non ritorno, non soltanto per quel che riguarda il riconoscimento dell’immagine, scovata negli archivi dall’Associazione familiari della vittime. Il racconto che il bandito emiliano, e tutta la sua famiglia, avevano sempre sostenuto sulla mattina del 2 agosto ‘80 riferiva che, partito dalla provincia di Reggio Emilia di buon’ora, l’uomo (che all’epoca si muoveva sotto il falso nome di Roberto Da Silva) sarebbe arrivato a Rimini alle 9, proseguendo poi assieme alla moglie, ai figli e a una nipote per il Passo del Tonale. Una dinamica incompatibile con la sua presenza a Bologna verso le 10 e 25.

Maurizia Bonini, ascoltata anche su questo, ha spostato in avanti di molte ore l’arrivo di Paolo Bellini in Romagna, ammettendo di avere mentito quando le fu chiesto la prima volta: “Non erano le 9. L’ho aspettato e so che non arrivava più, è arrivato molto tardi – ha detto – Chiedo scusa a tutti, avevo 25 anni, non immaginavo…”.

Il processo prosegue, presto toccherà all’imputato prendere la parola. E Bellini, una vita dentro e fuori dai tribunali, ha preannunciato: “In aula parlerò, e rideremo”. In avvio di processo ha poi aggiunto: “Come mi sento? Come Sacco e Vanzetti”.

*autore del libro “L’uomo nero e le stragi”, Paper First editore

Sulla strage di Bologna anche “Dossier Bologna”, libro di Antonella Beccaria edito da Paper First.

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