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Che cosa è nato, e che cosa è morto, in questi giorni a Cuba? Solo il tempo potrà rispondere con accettabile approssimazione alla prima delle due domande. Ma intanto una cosa già si può, lungo il filo d’un paradosso, con certezza affermare. A Cuba è morta la morte. Non, ovviamente, perché nell’isola la gente abbia cessato di passare a miglior o peggior vita. E nemmeno perché le proteste e, soprattutto, le contro-proteste di quest’ultima settimana non abbiano, fin qui, presentato il conto di qualche cadavere.

Di morto ce n’è stato, infatti, stando alla versione governativa, almeno uno. Si tratta, racconta un molto scarno dispaccio dell’Agencia Cubana de Noticias, di Diubis Laurencio Tejeda, un 36enne già in passato finito in carcere per “desacato” (leggi: per aver sparlato del governo), deceduto, non si sa né come né perché, durante disordini provocati da manifestanti che hanno “aggredito con lanci di pietre” le forze dell’ordine. Il tutto in una parte dell’Avana, la Gϋinera, dove di norma nessun turista mette piede. Più precisamente: nel municipio di Arrojo Naranjo, giusto al lato dal Giardino Zoologico, un angolo della capitale che, anche in tempi molto più felici, all’intrinseca bruttura d’ogni zoo sovrapponeva un suo molto specifico strato di squallore. E che, proprio per questo, ha da sempre ispirato l’ “humor negro” dei cubani, in forma di barzelletta. La più risaputa (una sorta di ritornello durante il “periodo especial” degli anni 90): “Prima della rivoluzione un cartello all’entrata dello zoo diceva: ‘vietato dar da mangiare agli animali’. Dopo la rivoluzione: ‘Vietato mangiare il cibo degli animali’. Adesso: ‘Vietato mangiarsi gli animali’”. E chissà che proprio questo precedente, tragicamente burlesco, abbia ispirato, per contrasto, uno degli slogan più frequentemente scanditi dai manifestanti in questi giorni: De tanta hambre nos comimos el miedo, ovvero “tanta era la fame che ci siamo mangiati la paura”.

No, la morte che è morta a Cuba – andando a far compagnia alla paura divorata dalla protesta – è, in realtà, soltanto un essenziale ed antico brandello del cerimoniale castrista. Quello, celeberrimo, del “patria o muerte, venceremos”, per la prima volta, dopo 62 anni, ripresentato orbato della sua prima parte, al termine del Acto de reafirmación revolucionaria con il quale, lo scorso 17 luglio, il governo cubano ha voluto visualmente testimoniare il definitivo ritorno alla normalità (o quello che voleva far credere esser tale). Non s’è trattato – se misurata con gli oceanici standard del regime – d’una grande manifestazione. In tutto centomila persone, volendo credere ad una versione ufficiale che, contrariamente alla tradizione, stavolta ha accuratamente evitato di fornire, a riprova delle cifre, qualsivoglia immagine aerea. Centomila rivoluzionari che, al termine del suo lungo discorso, Diaz-Canel ha salutato con queste parole: A Cuba, a la Patria y al Socialismo, pongámosle corazón, y venceremos, ovvero “A Cuba, alla Patria e al socialismo, diamo il cuore, e vinceremo”.

Il cuore al posto della morte. È tutto qui quello che, finora, hanno cambiato le manifestazioni che, al grido di Patria y vida, hanno percorso le strade di Cuba? Certamente no, anche se è questa l’unica cosa che, al momento, al di là di qualche modestissima riforma economica, s’è potuta toccare. In qualche misura, quelle proteste hanno anzi cambiato (e stanno cambiando) tutto. Un tutto, ancora nebuloso, ma inequivocabile. Un tutto che, per essere compreso fino in fondo va, almeno in parte, “decubanizzato”. O, per meglio dire, inquadrato nel più generale sommovimento che, sullo sfondo della pandemia, sta investendo, in diversa misura e con una infinità di risvolti, l’intera America Latina. Quello che scuote Cuba è, pur con una fortissima specificità, il medesimo terremoto che, in una grande sollevazione contro la diseguaglianza, ha visto in questi mesi correre il sangue in Colombia (almeno un centinaio di morti e più di 400 “desaparecidos”). E che ci ha regalato anche, in Cile come in Perù, ribaltoni politici fino a ieri impensabili.

Tutto cambia. Tutto cambia dappertutto. E proprio questo è, a Cuba, il vero problema. Il tutto che cambia resta prigioniero d’un eterno, immutabile presente. Quello marcato dal sovrapporsi di due contrapposti e, al tempo stesso, interdipendenti dogmi. Il dogma, da un lato, d’un regime che, nell’immobilità del proprio sistema di potere – una immobilità sancita da mezze riforme e da un’altalena, per dirla con Lenin, di “un passo avanti e due indietro” – vede una garanzia di sopravvivenza. E, dall’altro lato, il dogma dell’embargo – la più obsoleta, inutile, intrinsecamente ingiusta e controproducente delle leggi – diventato, per le più grette ragioni politiche interne, una sorta di test di purezza anticomunista. Nel corso della sua campagna presidenziale, lo scorso autunno, Joe Biden aveva promesso di ripristinare la parziale apertura di Obama, abolendo tutte le duecento e passa misure – alcune inutili, altre inutilmente crudeli, tutte immancabilmente stupide – con le quali Donald Trump aveva ulteriormente stretto il cappio dell’embargo. Una volta eletto, Uncle Joe ha quindi virato in direzione d’un molto anodino “Cuba non è una priorità”. Ed in questa terra di nessuno è rimasto impantanato in questi giorni di protesta.

Tutto cambia e tutto resta uguale. Resta – e resta nella sua forma più squinternata, quella definita da Trump – l’embargo. Resta un regime che, proprio con dietro l’embargo, nasconde e giustifica tutti i suoi fallimenti. I due dogmi continuano, come due bestie in gabbia, ad alimentarsi l’un l’altro. Tornando (seriamente) alla barzelletta dello zoo (e parafrasando la celebre “Modesta proposta” di Jonathan Swift): per vincere la fame di libertà e di giustizia (ed anche la fame vera) che in questi giorni li ha spinti nelle strade, i cubani dovrebbero, infine, mangiarsi (e digerire) entrambe le bestie. Ce la faranno?

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