Mark Cousins da Belfast è l’ultimo dei cinéphiles. O il primo di una nuova generazione. Ad ogni modo lo si intenda, è unico nel suo genere, anche all’interno del variopinto universo cinefilo. Gli appassionati hanno un rapporto contrastante con la sua ipertrofia di conoscenza della Storia in lunghezza, larghezza e profondità della principale invenzione artistica del ‘900. Dopo il suo incredibile The Story of Film: An Odissey di 15ore e 15minuti del 2011, lo si può a buon titolo definire un enciclopedista della Settima Arte, il Diderot del cinema. E, soprattutto, un cineasta genuinamente indipendente, nutrito esclusivamente “dall’entusiasmo del filmmaking, della scoperta pura”.
Incontrare lui – nell’impeccabile kilt tradizionale scozzese, essendo residente a Edimburgo da 30 anni – e il suo ultimo lavoro all’inizio del Festival di Cannes più folle e problematico di sempre è una gioia autentica, e non è affatto un caso: The Story of Film: A New Generation arriva a dieci anni dall’odissea, ma rispetto al documentario mostre non ha la lunghezza e neppure ne è la semplice prosecuzione, nel senso di mera presa in esame di quanto mancava alla sua personale Treccani (o meglio Encyclopaedia Britannica, data la sua nazionalità), ovvero dal 2011 al 2021.
Si tratta di un viaggio nell’ascolto e nell’osservazione del cinema attraverso un orecchio e una lente più intimi, arricchiti dalla curiosità di scoprire quali nuove rivelazioni la settima arte può offrire all’essere umano, ma anche – e qui sta la novità – fino a che punto l’individuo 2.0 si rivela attraverso il cinema dei nostri tempi.
“Breve” di circa 160’, A New Generation appare diviso in due parti: la prima titola “Estendere il linguaggio del cinema” (Extending the Language of Film) e la seconda “Cosa ci porta a fare questa indagine?” (What have we been digging for?). Ma in realtà le due parti rispondono a un’unica domanda che Mark si sta facendo come un mantra negli ultimi anni: “Che cosa ha esteso il linguaggio e che cosa ha rotto le regole” E la sua risposta sembra legarsi a questa parola: trasgressione. In effetti, vedere Joker e il cartone animato Frozen “montati” insieme a dialogare sul disagio dell’esistere è qualcosa di dirompente, rivoluzionario. E questi sono solo due dei numerosi “azzardi” sbriciolati in questa Storia immaginifica e sovversiva contenente almeno una cinquantina di titoli degli ultimi 10 anni. Cousins sa che il cinema non è più lo stesso, così come non sono più gli stessi gli spettatori.
È consapevole che il segnale vada comunicato con attenzione e dedizione, ancor meglio alla platea unica par definition del Festival di Cannes. Eccolo dunque, questo militante coltissimo e tatuato, antitesi dello studioso paludato eppure fra questi il più profondo, narratore lirico dei propri film, provocatore sottile fra le pieghe del cinema nascosto attorno al pianeta, e non solo di quello sotto i riflettori. “Ho molti followers su Twitter nei remoti angoli del mondo, dall’estremo al medio Oriente, in Africa, Sud America, e a loro dico ‘nutritemi, datemi conoscenza di quanto sta accadendo nel vostro cinema”.
È dunque uno scambio dentro ai misteri dell’immaginazione quello che questo vibrante 56enne va indagando, perché alla fine – e lui ne è convinto – non si può scappare dai grandi temi dell’esistere: “La formazione di identità, le passioni, le relazioni, la consapevolezza del ciclo vitale”. Il punto è che tutto è rivisitato in chiave diversa, a partire dalle nuove concezioni di Tempo e Spazio, in altre parole è la “mappa del cinema” che va ridisegnata.
Con due film a Cannes (il secondo è un documentario sullo straordinario produttore inglese Jeremy Thomas, colui al quale dobbiamo molti dei capolavori di Bernardo Bertolucci) ma altri tre realizzati durante il lungo lockdown britannico, Mark Cousins non ha dubbi sulla rinnovata funzione terapeutica del cinema: “La percezione di solitudine in cui ci ha messo il Covid può essere curata dal cinema, per me è stato così”.