Non c’è solo la geopolitica dei gasdotti in cima ai pensieri del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha incontrato Joe Biden e il premier greco Kyriakos Mitsotakis a margine del vertice Nato. Ma principalmente l’economia, vero tallone d’achille del Paese. Così la Turchia, ha annunciato il presidente, firmerà un nuovo accordo di transazione di swap con la Cina, aumentando il limite di 3,4 miliardi di dollari a un totale di 6 miliardi di dollari. Si tratta di un assist decisivo per i conti turchi, aggiungendo che la Banca centrale turca ha utilizzato per la prima volta una struttura di finanziamento per lo Yuan cinese nell’ambito di un precedente accordo di scambio con la People’s Bank of China.

Va osservato che risale a dodici mesi fa il primo utilizzo del finanziamento in Yuan nell’ambito dell’accordo di swap firmato tra la Banca centrale della Repubblica di Turchia (Cbrt) e la Banca popolare cinese nel 2019. Alcune società turche di vari settori avevano pagato, tramite le banche, le loro fatture di importazione dalla Cina utilizzando lo Yuan. Una primizia che suggellava una partnership fortissima, dimostrata dai numeri del 2020, quando il commercio bilaterale ha raggiunto i 26 miliardi di dollari e dal fatto che i principali produttori di smartphone cinesi come Xiaomi, Oppo e Vivo hanno effettuato investimenti diretti in Turchia.

Un sodalizio che quest’anno celebra una ricorrenza storica: il 50esimo anniversario delle relazioni diplomatiche. Per questa ragione la Turchia intende sfruttare questa opportunità per rafforzare ulteriormente la cooperazione bilaterale: ultima mossa, in ordine di tempo, l’apertura di un consolato generale a Chengdu, nella provincia del Sichuan, nel sud-ovest della Cina, e l’inaugurazione del Centro culturale turco Yunus Emre a Pechino. Ma il vero banco di prova delle relazioni sino-turche si trova alla voce infrastrutture: nel dicembre scorso è stato inaugurato il primo treno merci che ha ridotto a 12 giorni il trasporto merci tra Istanbul e Xi’an, nella Cina occidentale.

Un passaggio su cui spiccano le parole del segretario generale della Nato uscente, Jens Stoltenberg, secondo cui “non stiamo entrando in una nuova Guerra Fredda e la Cina non è il nostro avversario, non il nostro nemico, ma dobbiamo affrontare insieme come un’alleanza le sfide che l’ascesa della Cina pone alla nostra sicurezza”. Certo, nell’ultimo lustro il ruolo spesso complicato della Turchia all’interno della Nato è stato bypassato dalle rivedicazioni di Trump sulla dotazione finanziaria della stessa alleanza. Ma tornando ai conti di Erdogan, la Turchia nel primo trimestre del 2021 è cresciuta più velocemente di tutte le nazioni del G20, ad eccezione proprio della Cina. Il Pil è aumentato del 7% rispetto all’anno precedente e dell’1,7% rispetto al quarto trimestre. La lira turca ha però perso un ulteriore 10% rispetto al dollaro nel primo trimestre, in particolare dopo che il presidente Erdogan ha licenziato il governatore della banca centrale Naci Agbal nel marzo scorso.

Ma per leggere in filigrana nelle relazioni tra Pechino e Ankara occorre anche allargare lo sguardo al Medio Oriente e mettere insieme alcuni punti significativi. Le aziende tecnologiche cinesi sono coinvolte nei più importanti progetti tecnologici nella regione mediorientale, come lo Smart Dubai 2012 e il National Transformation Programme 2030 dell’Arabia Saudita. Dimostra, una volta di più, come il Dragone abbia inteso recitare un ruolo di super player in Medio Oriente, diventando il più grande investitore nella regione e il partner commerciale più significativo per la Lega araba in una macro regione dove i passi di Erdogan vanno in scia in Iraq, Gibuti, Kuwait, Giordania, Oman, Qatar. Inoltre il 5G di Huawei ha interessato le società di telecomunicazioni in Bahrain, Egitto, Kuwait, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.

In sostanza, la Cina prosegue nella sua strategia volta a offrire alla Turchia (e anche ai Paesi del Golfo) l’opportunità di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti come unico attore nella regione e il colpo di reni sui conti turchi è la fisiologica evoluzione di tale rapporto che, sebbene registri occasionali alti e bassi, resta incentrato su vantaggi reciproci e su un solido patto di natura economica. Ovvero con la possibilità che la Turchia entri a far parte della Shanghai Cooperation Organization (Sco).

Twitter: @FDepalo

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