È la seconda potenza della Nato, recentemente entrata in rotta di collisione con l’Unione europea – in occasione della visita diplomatica di Michel e von der Leyen ad Ankara – e che tutt’oggi continua nel suo ruolo di guastatrice, bloccando – ad esempio – la collaborazione tra l’Alleanza Atlantica e la missione Ue Irini per l’attuazione dell’embargo Onu sulle armi in Libia. Anche in occasione del vertice della Nato da Bruxelles – dove la speranza resta comunque quella di ricucire -, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è tornato ad attaccare gli alleati dei quali “non abbiamo visto il sostegno e la solidarietà che speravamo di avere” sulla lotta al terrorismo, che la Turchia combatte “in prima linea”, “dentro e fuori le nostre frontiere”. E ha aggiunto, anzi, che “la cerchia di leader terroristici è stata sostenuta in ogni modo possibile, come fossero attori legittimi“. Parole durissime che si riferiscono in particolare ai curdi delle Ypg (Unità di Protezione del Popolo) – ritenuta una costola siriana del Pkk – che già al vertice Nato del 2019, il leader turco aveva chiesto agli alleati di riconoscere come terroristi. Senza dimenticare che la definizione di “Stato terrorista” era stata attribuita da Erdogan nei confronti di Israele poche settimane fa, a seguito degli attacchi nella Striscia di Gaza.

Nel videomessaggio trasmesso al forum del German Marshall Fund, a margine del vertice, dove Erdogan ha spiegato che la Turchia agisce come un “alleato affidabile”, il leader turco ha salutato in modo positivo la “rivitalizzazione dei canali di dialogo con la Grecia“, a seguito dei progetti di trivellazione di Ankara nel Mediterraneo orientale. Erdogan infatti si è distinto anche per le pretese sul gas a Cipro e in Grecia, scatenando la reazione dei super players coinvolti (Usa e Francia su tutti) perché in contrasto con leggi e trattati internazionali, come la Convenzione di Montego Bay.

I fronti aperti con gli alleati, comunque, restano molti. A conclusione del G7, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha dichiarato di avere trovato una sintesi coi partecipanti sul comportamento da tenere con le autocrazie, citando esplicitamente la Cina. Non la Turchia, anche se su Erdogan il premier si era già espresso dopo la visita diplomatica di von der Leyen e Michel ad Ankara, definendolo “dittatore”. Gli attriti dunque tra Ankara e altri alleati Nato sono caldi su più fronti. Nei mesi scorsi, ad esempio, sono volati scambi di battute al vetriolo tra Erdogan e Biden. Al centro delle controversie l’acquisto turco dei missili russi, ma è lo stesso Draghi che con i Mediterranei preme per un rafforzamento sul fianco Sud: “Il ruolo della Turchia nella Nato è importantissimo”. Ankara “deve e vuole restare un partner affidabile. Le voci che la vorrebbero fuori o distante non hanno fondamento”. Anche con la Francia i rapporti sono gelidi dal 2018, da quando il governo francese aveva incontrato i dirigenti delle Ypg. I due Paesi erano anche su fronti opposti durante l’offensiva di Haftar verso Tripoli, con Ankara schierata con il Gna. I funzionari turchi hanno anche denunciato l’interferenza della Francia nella disputa con la Grecia nel Mediterraneo orientale.

La situazione a livello personale tra i due presidenti non era migliore, con Erdogan e Macron protagonisti di continui attacchi reciproci. Il capo dell’Eliseo ha denunciato che la Turchia cercherà di intromettersi nelle elezioni presidenziali francesi del 2022, con le tensioni tra i due leader culminate nelle accuse di “islamofobia” rivolte dal presidente turco al suo omologo francese, definito “un problema per la Francia’ e un appello al Paese a “sbarazzarsi di lui”. Il punto più alto della crisi era stato raggiunto ad ottobre dello scorso anno, quando Erdogan aveva attaccato Macron dicendo che “tutto quello che si può dire di un capo di stato che tratta milioni di membri di comunità religiose diverse in questo modo è: vada prima a farsi un esame di salute mentale”. Due settimane prima Erdogan aveva denunciato come una provocazione le dichiarazioni del presidente francese sul “separatismo islamista” e sulla necessità di “strutturare l’Islam in Francia“.

In ogni caso, la madre di tutte le sfide a questo vertice Nato – il primo dell’era Biden e dal dilagare della pandemia da Covid – sarà dimostrare che l’Alleanza atlantica si è ripresa da quello stato di ‘morte’, decretato come un provocatorio grido d’allarme proprio da Macron due anni fa, dopo che Trump era arrivato a minacciare la disdetta dell’impegno di Washington ed Erdogan, approfittando del disimpegno americano, aveva lanciato il suo intervento contro i curdi in Siria. Una mossa che aveva messo in luce le contraddizioni nell’Alleanza.

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