Fuori un altro. Dal 2019 quattro governatori della banca centrale turca sono stati silurati dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. In quella che è ormai diventata quasi un’abitudine, nel week end l’annuncio a sorpresa: Naci Agbal è stato rimosso dal suo incarico. Alla guida della politica monetaria turca da appena 4 mesi, Agbal era risuscito a risollevare il cambio della valuta locale e contenere l’inflazione. La rinnovata credibilità nel governo della moneta turca ha consentito un rafforzamento della lira di quasi il 20%, attenuando le pressioni sul paese costretto a utilizzare abbondantemente la sue riserve di moneta estere per contenere la caduta della valuta.

Per ottenere questi risultati Agbal ha fatto quello che fanno tutti i banchieri centrali in situazioni di questo tipo, ha alzato i tassi di interessi, in tutto di oltre l’8%. Si tratta però di una politica verso cui Erdogan nutre da sempre una vera e propria idiosincrasia. Tra gli effetti collaterali di una politica monetaria più restrittiva a difesa del cambio, c’è quello di rallentare i ritmi della crescita economica. Lo scorso 18 marzo l’ultimo “affronto” con la decisione della banca centrale di aumentare il costo del denaro di un altro 2%.

Agbal è stato rimpiazzato da Sahap Kavcioglu, docente e membro del partito di Erdogan. Come il presidente il nuovo governatore sposa la tesi secondo cui un incremento dei tassi di interesse causa alla fine un aumento dell’inflazione. Teoria che cozza con molte leggi economiche ma che nei palazzi governativi di Ankara ha molto seguito. Violenta la reazione sui mercati. La lira sta perdendo quasi il 9% nei confronti del dollaro. Il rendimento dei titoli decennali turchi è balzato dal 13,5% a quasi il 16%, segnale che gli investitori percepiscono un deciso aumento del rischio comprando bond del paese. La borsa di Istanbul è in discesa di circa il 9%. In forte rialzo anche i prezzi dei Cds(credit default swap) che consentono a chi possiede un titolo di assicurarsi contro l’eventuale insolvenza dell’emittente. Al di là delle decisioni specifiche sui tassi i mercati sono intimoriti dall’ennesima dimostrazione di mancanza di indipendenza dal governo della banca centrale.

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