Le porte disegnate sui muri con i gessetti, i passaggi di sponda e il pallone che finisce in acqua o tra i tavolini dei turisti. Così si gioca a calcio tra le calli di Venezia. La città oggi festeggia il ritorno in Serie A, dopo quasi 20 anni. “Non fare il veneziano mi dicevano da bambino” racconta Matteo, un tifoso storico che lavora in un bar vicino allo stadio. Un modo di dire che è stato consacrato anche nella commedia del 1958 di Dino Risi Venezia, la luna e tu, con Alberto Sordi e Nino Manfredi. “Abbiamo un’indole tecnica elevata fin da piccoli perché nelle calli e nei campielli la palla è sempre in gioco e ci si abitua a giocare nello stretto” spiega Nicola Marangon, l’unico veneziano (fino ad ora) ad aver giocato in serie A con la maglia della propria città. Oggi allena la Primavera del Venezia e ha aperto una scuola calcio al Lido insieme ad altri due veneziani doc: Paolo Poggi e Mattia Collauto. “Vogliamo dare uno sbocco ai ragazzi facendoli stare nei campi – racconta Marangon – oggi in città è diventato sempre più difficile giocare per strada a causa dei vincoli, così con la nostra scuola vogliamo riproporre quello che accadeva in maniera spontanea una volta”.

Il sogno dei tanti bambini che ancora oggi giocano in campo Santa Margherita però non è cambiato: scendere in campo nello storico stadio della città, il “Penzo”. Per arrivarci bisogna attraversare la città a piedi. “È un’isola nell’isola” spiega lo scrittore e tifoso veneziano Roberto Ferrucci che al rapporto tra il calcio e la sua città ha dedicato un libro. Costruito nel 1913, il “Penzo” è il secondo stadio più antico d’Italia dopo il “Ferraris” di Genova. È immerso nella città, circondato da canali e da case dove vivono (sempre meno) residenti. “Credo che il percorso della squadra di quest’anno sia davvero il simbolo della resistenza di Venezia città alla Venezia Disneyland – spiega Ferrucci che abita a pochi passi dallo stadio – vogliamo far vedere al mondo che c’è davvero un’altra Venezia e non solo quella di Rialto e San Marco o dei souvenir a un euro”. Ma c’è un altro ruolo che la società neo promossa ha avuto. Quello di unificare parti di città geograficamente separate: la terraferma e la laguna. “Uniamo un territorio che è vastissimo: la maggior parte della tifoseria abita fuori dal centro per ragioni lavorative e di costi, Venezia ormai è diventata una Disneyland a cielo aperto è cambiata totalmente” racconta Guglielmo, un tifoso che non ha mai smesso di seguire la squadra anche nelle serie minori. Come nel 2002 quando l’allora presidente Zamparini, diventato nel frattempo patron del Palermo, trasferì dodici giocatori dal ritiro del Venezia e a quello della sua nuova squadra dal giorno alla notte. “L’indomani dovevano giocare un’amichevole, ma non avevano più i giocatori – ricorda Guglielmo – e così uno dei mister chiamò i tifosi per fare la partitella di allenamento”.

Ma la storia della tifoseria si intreccia anche con i cambiamenti che tutta l’area veneziana ha vissuto. Con la campagna “El Estadio del Bae in ogni Barrio” i tifosi hanno voluto ricordare la figura di uno storico ultrà del Venezia-Mestre morto vent’anni fa rigenerando campetti e aree sportive dismesse in tutta l’area metropolitan, “per costruire anche un nuovo modo di pensare e progettare la città rispetto alla speculazione e alla messa a valore dei territori attuata tanto dai governi nazionali quanto dalle amministrazioni locali, facendo una reale battaglia contro il degrado, vale a dire contro abbandono e speculazione degli spazi pubblici”. Una battaglia che viene combattuta quotidianamente da tanti altri residenti, associazioni e movimenti. “Fare sport a Venezia è diventato sempre più difficile” spiegano i ragazzi della Stella Rossa Venezia. Una polisportiva nata dieci anni fa da un gruppo di amici nel quartiere di Cannaregio. “In città ormai ci sono troppi spazi per turisti e pochi per chi la socialità di chi ci vive” raccontano i ragazzi che quotidianamente si scontrano con le difficoltà della città. “La progressiva eliminazione dei luoghi aggregativi della città, il costo spropositato delle abitazioni in centro storico, l’economia cittadina basata esclusivamente sullo sfruttamento delle masse turistiche – concludono – sono alcune delle ragioni che ci hanno costretto ad abbandonare i campi e campielli che ci hanno visto crescere, per trovar miglior fortuna in terraferma o all’estero, oppure a resistere, quei pochi rimasti, messi in vetrina come gli ultimi indigeni sopravvissuti”

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