Gabriele è un amico e un poeta, ci siamo conosciuti attraverso la mediazione dell’indimenticabile Andrea G. Pinketts (quanto ci manca vederlo camminare per Milano con la sua sgargiante eleganza), ci siamo scambiati i numeri di telefono, e da quel momento fatale e fetale (è nata un’amicizia) Gabriele mi chiama con regolarità, si lamenta che lo chiamo poco, è un mio difetto, lo ammetto, non amo chiacchierare al telefono, e mi propone ogni volta il suo malessere come se fosse un dono per lo spirito, poi mi chiede: “E tu come stai?”, e io rispondo con sincerità che va bene, che non mi lamento, che tutto sommato non è male questa vitaccia, che mi ha sorriso una bambina dal passeggino e mi sono emozionato, cose di questo genere, e lui: “Ma come è possibile? State tutti bene, mai nessuno che mi dica che sta soffrendo”.

Ha ragione. Si vive nella menzogna, si pubblicano foto sui social dove ci si diverte con gli amici, alla tv non si contano i programmi dove si ride, si sghignazza, c’è una invasione di “ridacchiosi”, gli spot sono tutti ridaroli tranne quelli che ti chiedono un obolo per la fame nel mondo. Non se ne può più, ma dov’è la sofferenza? Perché la mettiamo sotto il tappeto insieme alla polvere? Accendi la radio e tutti che ridono e si divertono. Allora capisci che questa rappresentazione ridacchiosa è solo posticcia, una grande impalcatura per mascherare il carattere drammatico della vita. La scusa è che “la vita reale” (il virgolettato è d’obbligo) è già carica di angoscia e di problemi quotidiani, di pandemie e di malattie, di tasse e di scadenze, e il fantomatico pubblico ha bisogno di svago, di distrarsi, di non pensare, di fare buio nel cervello. E quindi il gossip si scatena, e anche Dio alla fine diventa un gossip sull’eternità. Ma che cosa resta dell’umano in una società così?

A me i ridacchiosi creano malessere invece, non li sopporto, per questo l’amicizia con Gabriele è una delle amicizie più “sane” della mia vita. Finalmente un uomo tormentato che soffre, soffre come un cane, e quando canta Lady Anima di Marcella Bella o una canzone di Venditti, sento un latrato, un lamento prolungato, un singhiozzo ricamato sulla vertigine. E mi sento purificato, una vera e propria catarsi da tutto l’immondezzaio ridacchioso. Il dolore va vomitato fuori, tra le stelle, se resta sotto il tappeto diventa polvere, mangiucchiato dagli acari, diventa un dolore marcio. Gabriele invece ha un dolore pulito, bello, vivo, pulsante, è una forma di igiene della psiche, anche se soffre, soffre come un cane per i mali del mondo. Troppa sensibilità per un corpo che si sfalda giorno dopo giorno, mangiucchiato dagli attimi voraci come piranha, rosicchiato dai tarli del tempo. Il dolore è infinito e noi siamo pieni di limiti. Esondano le lacrime, e Gabriele urla e piange. E dona la propria sofferenza a chi sa ascoltarlo, a chi non vuole vivere nella menzogna dei ridacchiosi. E il suo volto ogni tanto si scuce in una risata fanciullesca. Ride e piange come i bambini, come i puri di cuore.

Qualcosa è andato storto, ma se viviamo in un labirinto non è un male la stortura, ha un senso di fuga o di disperazione celeste che sogna il volo. Invece chi vive nelle piatte pianure dei ridacchiosi… non ha altro sentiero che una retta rigida, di geometrica impotenza, e si illude di arrivare alla meta, per poi rendersi conto che i radacchiosi lo hanno truffato, che hanno camuffato il dramma, facendogli credere che il divertimento sia questa indecorosa futilità fatta di ridacchiamenti.

Allora immergiamoci in “Lady anima”, 50 minuti e passa di Gabriele Contini, di sofferenza, di dolore, di poesia, racchiusi in un film che è un work in progress o in regress, come dice lo stesso Gabriele in queste essenziali parole che gli ho chiesto di scrivere a commento del film: “Un flusso, un divenire, non una trama, una sceneggiatura ma un work in progress (o in regress) pensato nell’istante in cui si è realizzato… l’imperfezione, i tentennamenti, la memoria che scivola… uno stare al di qua e aldilà dalla macchina… in ossequio al non-concetto che è l’attimo a sorprendere…”.

Certo, dopo avere visto il film fino alla fine, per chi avrà il coraggio di arrivare fino all’ultimo minuto, avrete una voglia infinita di Mulino bianco, di estate, di coni Algida, di Maria De Filippi, di Crozza, di Zoro, di dj sempre allegri e performativi (ma è mai esistito un dj cupo, addolorato, sofferente?), avrete voglia di fare un passo di danza, di cantare Lady anima, come fa Gabriele Contini, ma nella versione di Marcella Bella.

Forse il dolore è intollerabile, il dolore vero. Ma io sono felice di avere fatto “un film intollerabile”, insieme a Gabriele. E ridiamo, senza ridacchiare. Finalmente.

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