Nel disegnare il paese post-pandemico, è necessario affrontare le criticità delle aree interne che coprono il 60% della superficie nazionale, attraverso un coinvolgimento dei giovani che potenzialmente le abiteranno nelle decisioni per immaginare nuove politiche.

In Italia, “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana” continuano a persistere. Nonostante la Carta spinga per l’uguaglianza sostanziale, il luogo e la famiglia di provenienza condizionano ancora le scelte, le possibilità e il futuro dei giovani. Nascere nel Mezzogiorno non è di certo come nascere al Nord. Ma se nasci nel Mezzogiorno e appartieni ad una famiglia agiata economicamente questo può comunque emanciparti.

In particolare, il fatto di nascere in un piccolo comune delle aree definite interne, impone spesso l’allontanamento in giovane età per motivi legati allo studio e al lavoro, ma anche per ampliare gli orizzonti personali e cumulare esperienze che consentono di affacciarsi sul mondo. Nascere in questi luoghi rurali e rugosi significa infatti spostarsi, attraverso viaggi lunghi su autobus spesso fatiscenti, per frequentare una scuola superiore. Nascere in questi territori vuol dire, con l’inizio dell’università, essere consapevoli di dover lasciare il proprio paese, la propria terra e non tornare più.

Ma il voltare le spalle ai luoghi in cui si sono mossi i primi passi non è mai indolore: c’è chi vuole restare, tornare o trasferirsi al Sud o nelle aree interne. C’è chi ci crede e con coraggio, competenza e speranza vuole scrivere un futuro diverso, possibile e felice nei territori interni. Per fare ciò, bisognerebbe dare ad un giovane una ragione per tornare con la prospettiva di un lavoro buono e l’interconnessione di queste aree, ora isolate, con il resto del Paese e dell’Europa.

In tal senso, il recente dibattito ha riportato al centro il tema delle nuove generazioni grazie alla proposta del segretario del Partito Democratico, Enrico Letta, di destinare ai diciottenni una dote, da finanziare aumentando la tassa di successione per i patrimoni oltre i 5 milioni di euro. Tale proposta per alcuni aspetti somiglia a quella del Forum Disuguaglianze Diversità che, a sua volta, si rifà al contributo dell’economista Anthony Barnes Atkinson. Enrico Letta ha parlato di una “dote” limitata ai ragazzi che provengono da famiglie sotto una determinata soglia di reddito e vincolata a scopi specifici come formazione e istruzione, lavoro e piccola imprenditoria, casa e alloggio; il Forum Dd l’ha definita “eredità”, per indicare l’universalità e l’incondizionalità affinché tutti possano accedere a tale risorsa.

Secondo gli esperti del Forum Dd, al fine di fare emergere scelte consapevoli da parte dei giovani circa le preferenze cui destinare l’eredità, è necessario predisporre dei servizi nelle scuole che promuovano un uso intelligente delle risorse. Appare evidente, seppure con alcune diversità, che tali proposte mirino a sbloccare l’ascensore sociale, che rappresenta un tema centrale in un paese che conta un tasso di disoccupazione giovanile tra i più elevati di Europa, a Luglio 2020 era pari al 31.1 % secondo i dati della Commissione Europea. Peggio di noi solo Grecia e Spagna.

A fronte di questa emergenza ci si aspettava di più dal Recovery Plan, trattandosi di un tema chiave per lo stesso Presidente del Consiglio Mario Draghi. Ma l’introduzione della clausola che vincola l’utilizzo dei fondi alle diverse voci del Pnrr al superamento del gap che in Italia colpisce donne e giovani è però una buona notizia, su cui il segretario dem Enrico Letta ha insistito. In una recente intervista la ministra per il Sud e la Coesione Mara Carfagna, in contrapposizione alla proposta dei dem, ha messo l’accento sull’importanza di tutelare i giovani attraverso lavoro, riconoscimento del merito e dei diritti di cittadinanza come la qualità dell’istruzione, riducendo le disuguaglianze nella fornitura di servizi, come sancito dalla Costituzione.

Al di là delle posizioni, i giovani sono la questione centrale per il futuro del paese. E dare loro voce e opportunità è fondamentale, se il Recovery ambisce ad essere lo strumento per disegnare l’Italia dei prossimi vent’anni. Altrimenti si trasformerebbe in uno strumento per gestire l’esistente.

Lo scoppio della pandemia sembra aver aperto gli occhi sulla funzione delle aree interne, rivoluzionando ogni tipo di paradigma su cui la società pre-pandemica si reggeva. Molte sono le storie di chi ha lasciato le città, grazie alle possibilità offerte dallo smartworking. La recente indagine Giovani Dentro, promossa dall’Associazione Riabitare l’Italia, testimonia inoltre che circa il 70% dei giovani vuole restare nelle aree interne o è intenzionato a farlo.

Il progetto Officina Giovani Aree Interne, promosso dal Comitato Tecnico Aree Interne (ministero per il Sud e la Coesione Territoriale) supportato dal PON Governance e Capacità Istituzionale 14-20 per promuovere il radicamento politico e sociale della Strategia Nazionale Aree Interne, ha l’obiettivo di dare vita ad una proposta che sarà emendata attraverso un percorso di democrazia dal basso, di coinvolgimento strategico. È un esperimento che, con i suoi 400 soggetti singoli o collettivi che operano nelle aree interne di tutta la penisola coinvolti, getta il cuore oltre l’ostacolo, per delineare insieme priorità di intervento in grado di favorire possibilità di futuro e di sviluppo per i più giovani in questi territori.

Officina Giovani Aree Interne può rappresentare il megafono per costruire partecipazione attorno alle questioni più urgenti come il lavoro, la formazione, le politiche ambientali e la sanità. Temi su cui sarà necessario insistere per intervenire sulle diseguaglianze che costringono ad inseguire pezzi di sistema per essere curati. Questi sono problemi che dovrebbero interrogare la classe dirigente locale ed i partiti, troppo spesso concentrati nel programmare la costruzione di candidature per la prossima tornata per proteggere rendite di posizione. Pratiche che hanno dato vita al fenomeno della “disattenzione ai luoghi”, che taglia le gambe a forze ed intelligenze singole e collettive.

In tal senso, l’Officina Giovani Aree Interne può rappresentare lo shock per restituire ai cittadini e, in particolare ai giovani, il senso della loro partecipazione, in assenza della forza propulsiva dei partiti che dovrebbero essere il luogo in cui determinare la politica mediante l’elaborazione di una sintesi, data dalla domanda politica dal basso. Sotto questo punto di vista, il lavoro che il segretario del Partito Democratico Enrico Letta sta programmando per costruire un modello di “partito della prossimità” sui territori, va nella giusta direzione. Magari riprendendo la proposta del rapporto Barca sul Pd come partito-palestra che sia ponte tra cittadini ed istituzioni, come l’art. 49 della Costituzione sancisce.
Scritto in collaborazione con Giulia Valeria Sonzogno, dottoranda in Urban Studies & Regional Science, Social Sciences, presso Il Gran Sasso Science Institute e parte del direttivo di Riabitare l’Italia. Oggi è referente per il Comitato Tecnico Aree Interne del progetto Officina Giovani Aree Interne.

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