È finita da un pezzo l’epoca in cui si facevano stare “zitti e buoni” i cittadini grazie all’uso della costrizione e della censura o, al limite, della violenza. Almeno all’interno delle democrazie occidentali il nuovo paradigma del potere, affermatosi a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, prevede quello che McLuhan chiamava “brain washing” (lavaggio del cervello) come sistema principale di controllo e manipolazione degli individui.

Il sociologo canadese si occupava di questi argomenti negli anni Sessanta del secolo scorso, analizzando principalmente i vecchi media (libri, giornali, radio, cinema, televisione analogica) e potendo disporre di studi in materia relativamente limitati. Oggigiorno siamo ad almeno un’era glaciale dal fenomeno studiato da McLuhan, se non altro perché la galassia delle tecnologie digitali e dei nuovi mezzi di comunicazione ha stravolto tutto. Però, sempre all’interno del nuovo paradigma di esercizio del potere riassumibile in questi termini: dal divide et impera (dividi e comanda con la forza) al “conforma e dirigi”.

Sembra un paradosso: la nostra epoca della “rivoluzione dell’informazione” è anche quella in cui il lavoro di omologazione e manipolazione delle menti si rivela come il più agevole. Perché? Rispondo in maniera sintetica e riduttiva. Perché le modalità con cui i nuovi media veicolano il flusso enorme di notizie seguono tre stelle comete: velocità, superficialità, commercialità.

Vediamo comparire in continuazione, sugli schermi dei nostri smartphone, notizie spesso false (perché l’accuratezza della fonte è un optional), aggiornamenti costanti che si contraddicono nel giro di pochi minuti, lanci di agenzia con titoli più o meno sensazionalistici, opinioni volutamente discordanti degli esperti di turno per alimentare il “dibattito” (ricordiamoci le dichiarazioni continue di virologi spesso in disaccordo anche con se stessi durante la pandemia). Tutto questo meccanismo da me malamente riassunto, deve per giunta rispondere a un’unica logica e un solo obiettivo, che non è certamente la corretta informazione verso il cittadino: la vendibilità della notizia, la sua visibilità, il successo misurato con la moneta virtuale ma potentissima dei “click” e dei “like”.

Risultato: la maggior parte delle persone, anche per comprensibili ragioni di tempo e di impossibilità nel seguire l’enorme flusso di informazioni, bene che vada si limita a leggere i titoli e il sommario di un articolo, o meglio ancora le tre righe con cui quell’articolo viene presentato sul social network di turno. Tradotto: la nostra è l’epoca in cui siamo informati su tutto, ma non conosciamo quasi nulla. Esempio pratico: tutti siamo stati informati sullo “scandalo” del presidente turco che negò la sedia alla signora von der Leyen (Presidente della Commissione europea), più o meno tutti partecipammo alla giostra dell’”indignazione a comando” per l’ennesimo caso di misoginia, ma quasi nessuno sapeva di che cosa dovevano parlare quel giorno la massima carica europea e il “dittatore” turco (perché sì, l’Europa tratta coi dittatori…).

È fin troppo facile comprendere che, se il meccanismo mediatico funziona così, risulta oltremodo agevole dirigere il dibattito pubblico e imporre l’agenda dei “fatti importanti”. In tempi recenti la filosofa Nancy Fraser ha parlato di un blocco egemonico che dirige il suddetto meccanismo, una sorta di “neoliberismo progressista” frutto dell’”alleanza di correnti mainstream dei nuovi movimenti sociali (femminismo, antirazzismo, comunità Lgbtq) da una parte, e grandi comparti della produzione artistica e dei servizi di fascia alta dall’altra (Wall Street, Silicon Valley e Hollywood)”.

Ciò con il benestare di una Sinistra mondiale che, dopo il tracollo subìto e per nulla elaborato del 1989, ha in larga maggioranza benedetto questo tipo di alleanza, volendo così mascherare il suo aderire mani e piedi alle politiche neoliberistiche e, quindi, la sua rinuncia alla difesa dei diritti sociali. Che effettivamente vengono smantellati. Non è un caso che il teatrino mediatico proponga in continuazione argomenti “culturali” su cui far montare l’indignazione e il dibattito pubblico (discriminazione delle donne, razzismo, battaglie per il “gender”, eccetera), salvo oscurare la montante disuguaglianza sociale e la distruzione dei diritti dei lavoratori, oppure far dimenticare le denunce gravissime di Assange, Manning e Snowden su quanto i governanti abbiano strumenti efficacissimi per controllare i governati (e non viceversa, come dovrebbe avvenire in democrazie sane).

È lo stesso teatrino che ha riguardato il gruppo dei Måneskin in questi giorni. Tanto fumo e polemiche montate ad arte sulla presunta questione della droga, a cui aggiungere i soliti progressisti che hanno discettato sulla carica sessualmente emancipativa e inclusiva del mondo di vestirsi di Damiano (sic). Ma nessuno che abbia sottolineato come per diventare un gruppo rock di successo, oggigiorno devi consegnarti mani e piedi alle grandi major dell’industria musicale, abilissime nel costruirti anzitutto l’immagine secondo le dinamiche di cui sopra.

Gli ultimi italiani a vincere l’Eurovision furono Nilla Pizzi e Toto Cutugno. Se anche il rock ha dovuto arrendersi alla logica dominante, economica e politica al tempo stesso, allora dovrebbe esserci chiaro che ci hanno ridotti “zitti e buoni” nella maniera più furba. Cioè facendoci sbraitare a comando e solo su questioni stabilite da chi detiene il potere.

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