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Sono entrata in una Rsa a fare visita a una persona cara e l’ho trovata legata alla carrozzina

La struttura è privata e costa al paziente dai 3000 euro a salire. La signora è una delle donne più chic che io abbia mai conosciuto
Sono entrata in una Rsa a fare visita a una persona cara e l’ho trovata legata alla carrozzina
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Questo è tutto il male di cui siamo capaci di fare a persone inermi che le famiglie hanno abbandonato in questa specie di Purgatorio. Il loro orizzonte è vicino. Aspettano il fin di vita. Si libera un posto. Avanti il prossimo.

Sono entrata in una RSA a fare visita a una signora a me cara e l’ho trovata legata alla carrozzina. Chiedo al personale se può fare due passi, siamo in due a sostenerla, lei ormai è ridotta uno scricciolo, la solleverebbe anche un bambino. Voglio solo farle sgranchire un po’ le gambe. La risposta è no, il personale non è sufficiente. Per la sua sicurezza deve rimanere legata in carrozzina.

Mi guardo intorno, tutti sono legati alla sedia a rotelle. Pur avendo alcuni di loro totale autonomia ambulatoriale. Hanno il pannolone che gli infilano la mattina e lo cambiano la sera. Li vedo muovere forsennatamente i piedini, trascinandosi dietro l’impiccio della sedia a rotelle. Sembrano tanti cigni che sotto la superficie dell’acqua muovono velocemente le zampette palmate per darsi una spinta e scivolare sull’acqua. Ma qui la realtà del “lager” di lusso è più cruda. Dalla carrozzina al letto, praticamente passano 24h legati.

La struttura è privata e costa al paziente dai 3000 euro a salire. La signora è una delle donne più chic che io abbia mai conosciuto, appartiene all’alta borghesia milanese, è stata un brillantissimo medico. Paga la sua retta con la sua pensione. Il suo unico figlio l’ha relegata lì, in un posto senza anima. Dice: è per il suo bene. Le accarezzo la mano, da quanto tempo nessuno gliela prende in mano. Le tiene strette a pugnetto, l’artrosi le sta divorando. Gliele massaggio, mi sorride, stringe gli occhi, il sole le dà fastidio, le infilo il mio paio di occhiali.

L’ho portata a fare una passeggiata nel giardino. Ha l’aria serena. Un’altra carezza e le sfioro il volto. Orrore, le fanno barba e baffi, sembra uscita dal barbiere. Un po’ di peluria nelle persone anziane è fisiologica con il calo degli estrogeni, ma arrivare al punto di raderla con il rasoio mi sembra una crudeltà, l’abnegazione di ogni sacrosanto diritto alla dignità del paziente.

La signora è entrata nella struttura un paio d’anni fa, mi informa la nipote, con un principio di demenza senile. Gli esperti sottolineano che circa in un terzo dei casi può essere tenuta a bada agendo su fattori modificabili: uno di questo è proprio un po’ di attività fisica e stimolare il cervello con nuove connessioni neurali. Cioè bisogna prevenire l’aggravamento di certe patologie e non lasciarli spegnere come lumicini. La perdita della forza vitale, dell’entusiasmo è inesorabile, ma qui mi sembra che non si faccia nulla per contrastarla. Eppure li fai felici con un piccolo gesto. Le ho portato una scatola di cioccolatini, li guarda come una golosa Alice nel paese delle meraviglie.

Ogni suo sorriso è una piccola vittoria strappata all’abbandono, all’indifferenza del personale sanitario. I pazienti sono trattati in maniera disumana, cioè senza umanità, non c’è traccia di quella antica pietas in senso filosofico riservata al Grande Anziano. Il paziente è un ammasso di carne e ossa lasciato marcire.

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