Nel suo editoriale del sabato Marco Travaglio insignisce il ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani del premio “Attila ad honorem”, per i deliberati attacchi all’ambiente da parte del suddetto. Forse un altro award al merito andrebbe attribuito all’incosciente che ne ha sponsorizzato la candidatura: il falso profeta Beppe Grillo, nella sua ormai conclamata funzione di venditore dei soliti sciroppi miracolosi.

Forse altrettanto sarebbe stato meglio conoscere il profilo biografico e professionale del suddetto Cingolani, la sua sfrontata natura da scienziato di Palazzo.

Dato che da anni faccio parte (con l’amico Francesco Sylos Labini) dell’esigua pattuglia intestardita a fare le bucce al suddetto personaggio, mi permetto di evidenziarne alcuni tratti ignoti al grande pubblico.

Il fisico salentino in carriera fa la sua comparsa dalle mie parti nel dicembre 2005 assumendo la direzione scientifica dell’Istituto Italiano di Tecnologie, invenzione del duo Tremonti ed “er penombra” Vittorio Grilli per la dichiarata missione del trasferimento tecnologico. Il presunto incubatore di una Silicon Valley italiana, ubicata su una collina inselvatichita e desertificata (in un immobile pagato dalla Regione Liguria presieduta da Claudio Burlando, il cui venditore resta ancora da appurare). In realtà una macchina di diritto privato per intercettare finanziamenti pubblici, di cui il quindicennio a guida Cingolani ha sepolto in banca un mezzo miliardozzo di euro.

Dato che dal mio osservatorio non riscontravo fertilizzazioni tecnologiche territoriali di sorta, ma solo effetti speciali acchiappacitrulli (la pelle del polipo sintetica, il fantomatico grafene, il tablet per non vedenti, i robottini con faccetta buffa) incominciai a scriverne sul quotidiano genovese a cui collaboravo. Da qui gli inviti a visitare il nuovo tempio della scienza; di cui l’allora responsabile della robotica professor Sandini mi confessò che gli unici start up creati erano le tre trattorie che rifocillavano i ricercatori. Lo scrissi sul quotidiano genovese e non mi arrivò nessuna smentita. Soltanto il ricorrente brusio della vera potenza di fuoco dell’istituto: l’ufficio voci, che lasciava intendere come l’origine della mia ostilità fosse la mancata concessione di un incarico di consulenza mai avanzata.

Niente a che vedere con il successivo, incredibile, caso di hackeraggio, operato sull’enciclopedia online Wikipedia, da parte di una fantomatica Rosetta 95. Il personaggio virtuale che si è preso la briga di modificare nel dicembre 2016 una voce dell’immensa compilazione web per screditare la biologa e senatrice a vita Elena Cattaneo, rea – a dire della pirata informatica – di essere “promotrice di una campagna contro il progetto scientifico del governo Renzi Human Technopole”. Ossia il giochino da 1,5 miliardi di fondi pubblici per sistemare alcune aree dell’Expo milanese che inizialmente doveva essere concertato tra il premier e il solito Cingolani, poi stoppato per mancanza di trasparenza dall’insurrezione della comunità scientifica nazionale.

Ma perché la Rosetta se la prendeva tanto a cuore? Poi si capì: Rosetta 95 era lo pseudonimo di Valentina Polini, dell’ufficio Comunicazioni e Relazioni Esterne di IIT. Da qui il commento del sito Roars, che raccoglie le voci della comunità scientifica italiana: “Tra le tre e le quattro del giovedì pomeriggio del primo dicembre 2016, una dipendente dell’Istituto italiano di tecnologia, ente di diritto privato largamente finanziato con risorse pubbliche, si presume dal posto di lavoro e non si sa se nell’ambito di attività concordate con l’Ufficio Comunicazione e Relazioni esterne da cui dipende, si attiva per ‘integrare’ con una selezione di informazioni ‘fior da fiore’ la voce Wikipedia di una studiosa che – evidentemente – ha il torto di aver pubblicamente criticato, circostanziandole, attività e performance del suo datore di lavoro”. Nel momento in cui si giocava la partita miliardaria sulle aree milanesi.

Semmai lascia basiti la maldestraggine dei tecno-maghi di Morego, beccati a pasticciare disinformazione come incursori putiniani. Gag da torte in faccia o, in gergo cinematografico, slapstick; a riprova che la vera eccellenza tecnologica di chi stava dietro al pasticcio consiste nella propaganda e nelle strategie relazionali. Nella costante abilità di muoversi nei meandri del Palazzo, praticando il trade off carriera-affari.

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