C’è una domanda inquietante che, a onor del vero, non mi dà pace fin da quando l’emergenza epidemiologica, nel 2020, ha stravolto le nostre vite, rimodulandole interamente in nome del distanziamento sociale e delle sue funzioni satellitari: non staremo forse, senza accorgercene, diventando fin troppo simili al virus che combattiamo e con il quale “siamo in guerra”, come con lessico non neutralmente bellico andiamo ripetendo?

Così ha scritto Giorgio Agamben: “Abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra”. Ancora con le parole di Agamben, la vita “è stata ridotta a una condizione puramente biologica e ha perso ogni dimensione non solo sociale e politica, ma persino umana e affettiva”. Per difendere la vita come zoe, come mera sopravvivenza, abbiamo sacrificato la vita come bios, come “vita qualificata”, fatta di relazioni e di attività, di libertà e di incontri.

Con un diverso impianto categoriale rispetto ad Agamben, Byung-Chul, nella Società senza dolore, ha scritto che, con la biopolitica pandemica, “la vita s’irrigidisce, diventando mera sopravvivenza”, del tutto analoga – questo il punto – a quella del virus che combattiamo. Tecnicamente, i virus, in quanto minuscola porzione di materia organizzata, sono al limite tra la forma vivente e quella non vivente. Dunque, per definizione oscillano tra la vita e la morte: propriamente, non sono né vivi, né morti o, se si preferisce, sono morti viventi. Il loro vivere è un sopravvivere, regolato dall’impulso a replicarsi. Quella del virus è, dunque, la vita colta nel suo grado più basso, come acefalo sistema autoreplicante. Ebbene, non è forse sempre più simile a quella del virus la vita a cui il capitalismo infettivo ci condanna? Pensateci: il nostro vivere, da più di un anno, è decaduto a mero sopravvivere, a mero desiderio di conservare la propria unità biologica; in nome della logica immunitaria, siamo disposti a rinunziare a ogni qualificazione della vita, pur di guadagnare la sopravvivenza.

La vita si despiritualizza e si riduce a mero processo biologico che chiede di essere ottimizzato: la si defrauda di ogni narrazione sorgiva di senso e la si abbassa al rango di corpo misurabile e quantificabile; con la conseguenza per cui il discorso sul senso è spodestato dall’enunciazione dei dati e delle cifre.

L’Io decade al rango di quantified self frazionato in dati e sospeso nel vuoto di senso: le persone diventano, così, cose quantificabili, misurabili e controllabili. Ed è, forse, anche in questa luce che può essere interpretata la rimozione del volto che il nuovo capitalismo virale ottiene mediante l’impiego delle mascherine. In coerenza con i processi di sviluppo tecnocapitalistico, la persona umana è svilita a un cumulo di dati che generano business per chi li amministra, li raccoglie e li controlla.

Ne è scaturito anche un ulteriore paradosso, sul quale è bene richiamare l’attenzione: in nome del distanziamento sociale, non ci si può toccare a vicenda, a tal punto che sono messi al bando gli abbracci, i baci e le strette di mano (queste ultime, come ebbe a sentenziare il dottor Fauci, Esculapio del nuovo ordine terapeutico, sarebbero potute diventare un “ricordo”); e, al tempo stesso, il potere sempre più pretende di poter toccare i nostri corpi mediante i suoi apparati di controllo e di tracciamento, di sorveglianza e di prelievo di materiale biologico.

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