Nella Giornata Mondiale della Terra la Rai ha mandato in onda il documentario canadese Antropocene. L’epoca umana. Forse, anzi sicuramente, vado controcorrente affermando che il film è un pessimo servizio reso alla crescita della sensibilità ambientale. Ovvero, un’occasione persa per difendere davvero l’ambiente.

Cominciamo col dire che questi documentari sui disastri che noi umani combiniamo sulla Terra hanno tutti lo stesso format: ti fanno vedere le immagini patinate delle varie sciagure in giro per il mondo, e poi si concludono dicendo che il tempo stringe, ma comunque c’è ancora speranza.

Ciò premesso, veniamo ai temi trattati dal documentario. E qui ci accorgiamo di come si faccia una precisa scelta, escludendo temi scomodi.

È “facile” parlar male dei bracconieri in Africa e del commercio dell’avorio che ci sta dietro. Più scomodo far vedere leoni che legalmente vengono allevati ed uccisi. Ma, in generale, è scomodo parlare degli allevamenti e in particolare di quelli intensivi: si metterebbe in dubbio la bontà della nostra alimentazione. È facile accusare l’estrazione del carbone o del petrolio, ma guai a parlare delle dighe che si costruiscono per alimentare lo sviluppo, dall’India, alla Cina, al Brasile. E guai a dire che dal petrolio si ricava quella plastica su cui si regge la nostra società (la pandemia insegna)! È facile parlare della barriera corallina malata, ma guai a dire che lo sfruttamento dei mari (sì, proprio il pesce che finisce sulle nostre tavole) sta uccidendo gli ecosistemi! È facile far vedere le immagini delle cave di marmo nelle Apuane, ma è fuorviante far vedere gli scultori, e non i dentifrici.

E poi, diciamocelo, sarebbe oltremodo scomodo mostrare le megalopoli cinesi (e infatti non compaiono) perché questo significherebbe affrontare il tema del consumo di suolo, dell’abbandono delle campagne e della sovrappopolazione. Infine, ma non in ultimo, è bene tacere che se in giro per il mondo ti opponi a questo demenziale sviluppo rischi la vita.

Il risultato che raggiungono film come Antropocene – voluto o non voluto, ma io propendo per il “voluto” – è che lo spettatore esca sì disgustato dalla sala, ma intimamente convinto che gli uomini si dividano in buoni e cattivi, in cui i cattivi sono gli altri. Ossia: il risultato è che, non mettendo in discussione il nostro modo di vivere quotidiano, noi intimamente ci autoassolviamo, anziché colpevolizzarci.

Tutto sommato meglio guardare un film non dichiaratamente ambientalista come il “vetusto” ma drammaticamente attuale Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, per renderci conto della follia del mondo in cui siamo tutti, dico tutti, immersi.

Sostieni ilfattoquotidiano.it: il tuo contributo è fondamentale

Il tuo sostegno ci aiuta a garantire la nostra indipendenza e ci permette di continuare a produrre un giornalismo online di qualità e aperto a tutti, senza paywall. Il tuo contributo è fondamentale per il nostro futuro.
Diventa anche tu Sostenitore

Grazie, Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

La Cina è il primo produttore al mondo di gas serra. Secondo il Rhodium Group, le emissioni di Pechino superano quelle dei paesi Ocse

next
Articolo Successivo

Sicilia, flash-mob di oltre 100 associazioni ambientaliste: “In cinque anni a fuoco quasi 112.000 ettari di bosco”

next