Doveva essere il principale incentivo per la diffusione di Internet veloce fra i cittadini meno agiati. E, invece, il piano voucher da circa 200 milioni si è trasformato in un mezzo regalo agli operatori. Con il governo di Mario Draghi che sta riflettendo su come cambiare le regole del gioco per far funzionare al meglio il sussidio alla domanda. Secondo gli ultimi dati diffusi da Infratel, il 63% dei fondi non è stato infatti nemmeno richiesto e circa il 76% delle somme assegnate sono finite nelle tasche di una sola compagnia, l’ex monopolista Telecom. Anche a dispetto del fatto che, al 9 aprile sulla base dei dati Infratel, gli operatori accreditati per l’assegnazione dei buoni sono stati ben 167 producendo 1328 diverse offerte di cui però “solo” 767 approvate dalla società controllata dal Mise.

Detta in altri termini, con appena 73 milioni di fondi impegnati (il 36,59% del totale), la fase I del piano, destinato ai nuclei familiari con Isee inferiore a 20mila euro, non decolla. E mentre si attende il via libera da Bruxelles per la seconda tranche da 900 milioni per aziende e famiglie con Isee da 20mila a 50mila euro, il governo prende atto delle difficoltà riscontrate: nel Piano nazionale di ripresa e resilienza l’esecutivo fa sapere che intende monitorare esattamente i risultati del piano voucher in corso “al fine di aggiornarlo e se necessario, potenziarlo per massimizzare l’impatto del sussidio pubblico erogato”. Magari, come chiedono alcune associazioni dei consumatori, cambiando il meccanismo di assegnazione dei fondi. “Sarebbe stato meglio un clic day come quello per le bici – spiega Luigi Gabriele, presidente di Consumerismo – Così com’è l’operazione è un flop assoluto per via dei requisiti fissati dalla società pubblica Infratel. Non si capisce infatti perché il governo abbia deciso di affidare ad Infratel la definizione dei requisiti delle offerte visto che la società non si occupa di povertà digitale”. Per di più legando la proposta di connettività alla vendita di un pc o un tablet. Per Altroconsumo meglio sarebbe stato lasciare “l’utente libero di scegliere il dispositivo anche presso altri negozi senza obbligarlo a prendere quello della compagnia telefonica che potrebbe costare anche di più rispetto ad altri prodotti disponibili sul mercato”. Con il risultato di “non favorire la concorrenza”, secondo l’associazione. Come ha prontamente rilevato anche Bruxelles.

Per questi motivi, visti anche i numeri, difficilmente la fase due potrà ricalcare il modello adottato per il primo giro di voucher. Tanto più che le offerte degli operatori non sono state poi così interessanti. “Nel caso Tim, l’offerta a 19,90 euro per 20 mesi, ma il vincolo è per 24 mesi. Quindi per 20 mesi paghi 400 euro più quattro mesi a prezzo pieno di 30 euro. In pratica ci sono 520 euro solo di internet. Il modem lo devi pagare comunque 5 euro al mese all’interno dell’offerta” spiega Gabriele evidenziando come le proposte degli operatori finiscano per rendere la vita difficile all’utente. Tanto più che prevedono anche costi per un’eventuale disdetta alla fine del periodo incentivato con il voucher.

Siamo quindi ben lontani dal sostegno che doveva servire alle famiglie italiane alle prese con smartworking e didattica a distanza o ad avvicinare gli anziani al mondo di internet. Senza contare, infine, che la risposta dei cittadini è stata a macchia di leopardo. In Sicilia, Campania e Puglia, le adesioni sono state più consistenti impegnando risorse rispettivamente per 13, 12 e quasi 9 milioni. Fanalino di coda la Liguria, dove sono stati richiesti voucher per appena 18mila euro, seguita a ruota dalle Valle d’Aosta (75mila euro) e dalla provincia di Bolzano (88.500 euro). Segno che per qualche ragione l’incentivo non ha funzionato allo stesso modo in tutta Italia e richiede anche un correttivo geografico. Tanto più che, considerati i fondi disponibili per area geografica, nessuna regione d’Italia ha prenotato più del 16,82% (dato picco della Lombardia) delle somme stanziate per il voucher.

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