In Libia violenze e atrocità non colpiscono solo i migranti e i rifugiati, ma anche la popolazione autoctona. Non è una novità, dato che i dieci anni seguiti alla fine della dittatura di Gheddafi sono stati segnati da arbitrio, assenza di legge, conflitti interni e dominio delle innumerevoli milizie armate.

A ricordare come stanno le cose nell’est del paese è una denuncia di Amnesty International. Vi si legge che chiunque sia sospettato di esprimere critiche od opposizione alle Forze armate arabe libiche che rispondono al comando di Khalifa Haftar rischia l’arresto, la tortura, un processo irregolare in corte marziale, il carcere e persino la morte.

Va sottolineato che nonostante il 10 marzo sia stato proclamato un governo di unità nazionale e sia stata sancita nominalmente l’unificazione delle istituzioni libiche, nell’est della Libia il potere continuano a esercitarlo le Forze armate arabe libiche di Haftar e le milizie loro alleate. Di fronte ai giudici militari finiscono giornalisti, manifestanti pacifici, utenti dei social e difensori dei diritti umani.

Tra il 2018 e il 2021 sono state emesse almeno 22 condanne a morte e centinaia di persone sono state condannate a pena detentiva, in molti casi dopo aver subito torture: isolamento prolungato per mesi se non anni, percosse, minacce di morte e di stupro e “waterboarding” (la simulazione di annegamento).

I processi celebrati dai tribunali militari sono una vera e propria farsa: molti imputati hanno riferito di non aver potuto incontrare il proprio avvocato durante il periodo di detenzione preventiva e, in alcuni casi, anche durante le udienze. In molti casi, fino alla prima udienza gli imputati non sanno esattamente di cosa siano accusati, non hanno accesso ai fascicoli e alle prove a loro carico e, una volta terminato il processo, non ricevono le motivazioni della sentenza.

La completa mancanza d’imparzialità dei giudici è resa evidente dai loro ruoli, passati e presenti, all’interno delle Forze armate arabe libiche.

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