Se penso all’origine della festa del 1° maggio e al fatto che nel lontano 1896 si lottasse per ridurre l’orario di lavoro a otto ore, provo un po’ di sconforto guardando alle difficoltà che oggi (dopo 125 anni) incontra una fetta crescente di lavoratori (che rappresenta una delle principali vittime della Quarta Rivoluzione Industriale) nel lottare per vedersi assicurata dignità e tutele nel rapporto di lavoro.

Si tratta di persone difficilmente individuabili e tutelabili, proprio per le caratteristiche della loro attività e che genericamente vengono accorpate nella macrocategoria dei “Gig Workers”, all’interno della quale vi sono eterogenee categorie di lavoratori, poiché diversi sia per professionalità che per tipologia di attività, e che, secondo recenti dati, rappresenterebbero circa l’11% della forza lavoro della Ue, cioè ben 24 milioni di persone.

Non sono solo “riders”, sui quali si è finalmente concentrata l’attenzione mediatica, sindacale e giudiziaria, ma una quantità di lavoratori (come programmatori, sistemisti, grafici e copywriter) che compiono attività nascoste e necessarie a permettere alle app o alle varie piattaforme di funzionare correttamente. Il loro “capo” è un algoritmo, cioè non una persona fisica con cui dialogare, ma una piattaforma o un software che avanza richieste di intervento, senza alcuna possibile interazione. La loro sede di lavoro è puramente virtuale; i colleghi sono sparsi su un indefinibile territorio e, quindi, ogni relazione umana è impossibile, rendendo irrealizzabile qualunque condivisione sulle difficoltà di svolgimento dell’attività lavorativa, o sulle ambizioni del singolo per un miglioramento del proprio trattamento economico normativo.

Dalla descritta dematerializzazione dei rapporti gerarchici con il “capo” e di quelli orizzontali con i colleghi deriva una drammatica solitudine di ogni Gig worker che, in assenza di condivisione e di confronto, non è in grado di capire quanto la situazione di insoddisfazione personale sia comune ad altri e, quindi, tutelabile con un’azione collettiva. Queste particolari modalità di interazione nello svolgimento delle attività da parte dei Gig workers costituiscono il primo ostacolo ad una concretizzazione dello spirito del 1° maggio.

La solitudine è poi aggravata dal fatto che solo l’azienda conosce gli elementi essenziali del processo produttivo e del suo funzionamento, mentre il Gig Worker vede e partecipa solo ad una piccola e frammentata fase dello stesso, privato così della possibilità di capire come operino le tecnologie che utilizza e quale sia l’utilità delle sue mansioni. Il Gig Worker vede pertanto ridurre sempre più il proprio patrimonio conoscitivo ed esperienziale, cioè quelle caratteristiche che lo rendono unico ed insostituibile.

L’azienda realizza, grazie a questo modello organizzativo, il disegno di F.W. Taylor nel modo più rotondo possibile: il singolo lavoratore, privato di conoscenza e di competenze specifiche per svolgere le proprie attività, è chiamato ad interagire con la piattaforma o con il software per eseguire attività prevedibili e programmabili, divenendo così una risorsa facilmente sostituibile. Da qui il timore che frena qualunque azione collettiva (e che quindi tradisce lo spirito del 1° maggio): la paura di perdere il posto di lavoro.

Infine, si consideri un ultimo elemento. Quand’anche il Gig Worker, trovato il coraggio di Prometeo per ribellarsi in nome del progresso, riuscisse ad individuare un sindacato che possa supportarlo (come è accaduto per i riders), rischierebbe di scontrarsi con quella “cultura” disincentivante che viene talvolta diffusa in alcune società di successo della Web Economy. Queste, con abile atteggiamento gesuitico, pur non dichiarando mai apertamente di voler impedire l’adesione a un sindacato, ne disincentivano nei fatti l’iscrizione e la funzione di rappresentanza, sostenendo che è più semplice ed efficace un confronto diretto del Gig Worker con il proprio manager di riferimento rispetto ad una trattativa sindacale, giudicata lunga e tale da distogliere l’attenzione dei lavoratori dall’obiettivo fondamentale della società, cioè la massimizzazione della soddisfazione del cliente finale.

Quanto questa opzione sia reale lo si comprende semplicemente considerando che il Gig Worker, proprio perché non ha una relazione diretta con il proprio “capo”, non ha alcuna reale possibilità di potersi confrontare con “il suo manager”. Per fortuna si iniziano a registrare iniziative che vedono alcuni Gig Workers “organizzarsi sindacalmente” tramite social, su cui si scambiano informazioni e diffondono campagne di sensibilizzazione per avviare lotte comuni.

Nasce, quindi, una nuova forma di lotta sindacale che vede, in luogo dei tradizionali strumenti di protesta, il ricorso mirato all’uso dei social, così da poter spingere le società del settore tecnologico ad attivarsi: non quindi iniziative che comportano il blocco dell’attività (come si fa tradizionalmente con lo sciopero), ma azioni che mettono in discussione sul Web la reputazione e la correttezza di tali società, così da spingerla ad intervenire. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che l’incubo della reputazione online non terrorizza solo le persone fisiche, ma anche le società e, soprattutto, le grandi compagnie del settore tecnologico.

Ecco allora che, se penso a questa capacità innovativa dei Gig Workers, la festa del 1° maggio diventa meno buia di come l’avevo vista all’inizio.

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