“Questa materia è normata da due circolari ministeriali, una del 30 novembre e una del 4 dicembre 2020″. Sul caso del limbo delle Rsa, l’ex sottosegretario alla Salute oggi consulente del ministro Roberto Speranza, Sandra Zampa, non sente ragioni. “Siccome sono le regioni che hanno le deleghe in questa materia, sono loro che devono far rispettare queste circolari. Sono loro che accreditano alle Rsa. Se le Regioni giocano al gioco che non basta mai…”, replica all’articolo con cui il 27 aprile ilfattoquotidiano.it ha cercato di sciogliere la matassa della normativa che regola gli accessi nelle strutture che ospitano anziani non autosufficienti, anticipando l’intenzione del vice presidente lombardo Letizia Moratti di promuovere un’iter legislativo che applichi il patentino vaccinale anche agli abitanti delle Rsa.

Ma le regioni dicono che non possono imporre niente, se una legge dello Stato dice che sugli accessi in Rsa decide il direttore sanitario… “Allora quelli che aprono come il Trentino (che ha elaborato delle linee guida in vigore dal primo maggio per i visitatori vaccinati e i non vaccinati, ndr) o che chiedono di farlo come l’Emilia Romagna e la Lombardia, vanno contra legem?”, è la replica che aggiunge: “Suggerirò che venga effettuato un ulteriore pronunciamento del Cts, ma questo non significa che un parente non abbia diritto di entrare a vedere il proprio parente”.

E le obiezioni di chi, come il coordinatore della Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni, Genesio Icardi, ritiene che il compito di chiarire le cose spetti all’Istituto Superiore di Sanità ma che sia ormai venuto il momento politico di porre il tema all’ordine del giorno, Zampa risponde: “Se a Icardi fosse interessato, visto che sono uscite due circolari del ministero, avrebbe avuto la possibilità di mettere la questione all’ordine del giorno e dire che le Regioni chiedono anche un pronunciamento del Cts. Le Regioni hanno ricevuto non una, due circolari in cui si dice che bisogna assicurare le visite in presenza. Il tempo per metterle all’ordine del giorno e chiedere un pronunciamento del Cts. L’avremmo già risolta”.

Intanto però associazioni di gestori come il presidente di Uneba Lombardia, l’avvocato Luca Degani, sottolineano come “non essendo stata derogata espressamente, la norma previgente (che stabilisce la chiusura alle visite affidando le eccezioni alla discrezionalità della direzione sanitaria, ndr) risulta confermata fino al 31 luglio 2021. È un decreto legge, quindi un atto del governo, è grave che non abbiano nemmeno pensato ad allentarlo o a dargli una durata minore, disponendo una richiesta di parere al Cts”.

Degani, che rappresenta i gestori di Rsa no profit di area cattolica, ritiene che “nei confronti dei soggetti vaccinati la patente vaccinale possa legittimare il ritorno in rapporto dei parenti con gli ospiti delle Rsa. Con le dovute attenzioni igieniche, i dpi, un processo di igienizzazione continua. Sui non vaccinati invece credo che sia il momento in cui il Comitato tecnico scientifico si esprima perché il contatto tra un ospite in Rsa vaccinato e un parente non vaccinato, necessita di un parere del Cts che magari potrebbe dire che si devono valutare le risposte immunitarie degli ospiti alla vaccinazione e prevedere un tampone e un rafforzamento dei dispositivi di protezione individuale. Dopo di che a valle di un anno di mancato contatto tra un padre e un figlio, se non si può accettare che questo figlio venga vaccinato, bisogna che si valuti scientificamente il contatto. I dati lombardi dicono che sono tre settimane che non c’è più movimento pandemico…”.

Intanto da un’indagine della Comunità di Sant’Egidio su 237 strutture tra Rsa e case di riposo, in 11 città e 10 regioni italiane presentata mercoledì 28 aprile a Roma, emerge una conferma puntuale di quanto più volte rilevato da questo giornale: anche per coloro che sono scampati al Covid la vita in Rsa o in Casa di Riposo si sia “fatta durissima, insostenibile, sottolinea una nota. “Malgrado appelli, evidenze scientifiche e le raccomandazioni delle istituzioni sugli effetti nefasti della solitudine e dell’isolamento, e anche dopo la somministrazione dei vaccini, in molte strutture per anziani dobbiamo constatare che nulla è cambiato, siamo ancora in presenza di un’eterna ‘zona rossa’”.

Il 64% delle strutture esaminate dai volontari di Sant’Egidio, spiega ancora la nota, “non consente alcun tipo di visita ai propri ospiti, addirittura solo il 15% ammette amici e volontari; la cosiddetta stanza degli abbracci di cui si è a lungo parlato, dopo un anno è presente in meno del 20% delle strutture esaminate; il servizio delle video-chiamate, semplice da realizzare, è presente in meno della metà delle strutture; nel 61,18% delle strutture analizzate è proibita ogni tipo di uscita, comprese quelle per effettuare esami medici specialistici e l’assistenza religiosa, diritto fondamentale, è stata trascurata e risulta assente nel 65% delle strutture”.

Questi non sono solo numeri, sottolinea ancora la Comunità: “sono nomi, volti, storie di migliaia gli anziani, che non vedono un volto familiare, amico, da oltre un anno. La situazione fotografata dall’indagine è l’esperienza che stanno facendo tanti familiari, che non possono non solo abbracciare ma neanche vedere i propri cari”. La richiesta è ancora una volta che “i diritti negati vengano immediatamente ripristinati e che si proceda ad un ripensamento profondo, come è scritto nel piano nazionale di ripresa e resilienza, ad una ‘riconversione’ delle attuali strutture”.

E in attesa di proposte concrete, San’Egidio si unisce al coro che chiede la riapertura a visite in sicurezza con tempi (almeno 30 minuti) e modi adeguati, il ripristino di “attività di riabilitazione e socializzazione” nonché dell’assistenza religiosa, il via libera, per gli ospiti vaccinati, all’uscita dalle strutture per effettuare visite mediche e, nel caso di ospiti autosufficienti, anche per “l’espletamento di necessità legate alle loro attività quotidiane interrotte da un anno”.

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