“Delle Rsa in Conferenza Stato-Regioni negli ultimi due mesi non se n’è mai parlato. È un tema che i presidenti delle Regioni non hanno sollevato nei vari incontri che abbiamo avuto. Quando è intervenuto lui, il ministro Speranza non ha ritenuto di parlarne, quindi non è stato trattato”. Più chiara di così la spiegazione fornita a ilfattoquotidiano.it da fonti degli Affari Regionali non potrebbe essere. Sono i soliti corsi e ricorsi storici: tappati i sensi di colpa con i vaccini, degli anziani che vivono nelle Residenze sanitarie assistenziali non sembra importare molto a chi deve prendere le decisioni per loro. Al punto che neanche i presidenti di Regione più attenti alle riaperture e alla ripresa economica – come il “ligure” Giovanni Toti o il numero uno di una regione politicamente sensibile come l’emiliano Stefano Bonaccini – danno segno di essersi resi conto del fatto che dietro a un dramma generazionale e sociale pressoché ignorato, si nasconde anche una bomba economica e occupazionale che in alcune aree sta già esplodendo.

E alla fine paradossalmente potrebbe essere la Lombardia, riscattandosi proprio sul punto dove un anno fa era caduta per prima, a risollevare le sorti delle strutture che ospitano anziani non autosufficienti che dopo la strage silenziosa del Covid e tutto quello che ne è seguito, stanno vivendo un secondo incubo di abbandono e mancate cure. L’assessore al Welfare lombardo Letizia Moratti sta infatti dando importanti segnali di attenzione al problema e promette di dare la scossa al sistema, riportando il caso delle Rsa al centro dell’agenda politica. In buona parte “ripulite” dal Covid e ormai al 90% vaccinate dalla testa ai piedi, le cosiddette case di riposo sono ancora chiuse al pubblico. Proprio oggi che si discute animatamente di orari del coprifuoco, di ristorazione e di stadi, nessuno ha pensato di mettere a punto un protocollo serio che permetta di riaprire in sicurezza le porte a parenti, assistenti sociali, terapeuti e altre figure che aiutino gli ospiti sopravvissuti al Covid a sanare le ferite che sono ancora sanabili e a vivere nel migliore dei modi possibile il tempo che rimane loro da vivere.

Addirittura il cosiddetto decreto riaperture parla di patente vaccinale, ma non menziona neanche più le case per gli anziani che nell’ultimo anno sono state relegate in un paragrafetto dei vari Dpcm, nel quale si dice che le Rsa restano chiuse ai visitatori esterni e le eccezioni sono nelle mani dei direttori sanitari. Questi ultimi a loro volta vorrebbero un po’ di condivisione di responsabilità per poter prendere delle decisioni in favore del benessere dei loro pazienti, ma non vengono ascoltati. Eppure basterebbe definire dei parametri di sicurezza univoci, applicabili anche alle Rsa e non solo ai ristoranti e agli stadi. Invece oggi neanche un vaccinato può per legge entrare in queste strutture senza il via libera del direttore sanitario, figura per altro che non esiste neanche in tutte le strutture. Del resto, come confermato anche dagli Affari Regionali, nessuno lo sta davvero chiedendo, a parte i comitati parenti che nascono come i funghi, mentre i gestori delle strutture annaspano tra conti che non tornano, personale che manca e ospiti che non arrivano, a parte i subacuti inviati dagli ospedali che stanno diventando la maggioranza dei residenti snaturando l’essenza stessa delle strutture. E così chi guida la baracca cerca di mettere insieme le nozze con i fichi secchi, in una spirale che per gli anziani che hanno superato il virus sta diventando deleteria quasi quanto il Covid. E in un silenzio analogo a quello di un anno fa.

“In autunno abbiamo fatto una circolare che è stata recapitata a tutti gli interessati, però le politiche sanitarie sono amministrate dalle Regioni, una volta che il ministero ha emesso la circolare sono le autorità sanitarie che devono applicare la circolare. Il ministero della Salute non si può sostituire al presidente del Consiglio”, è la replica informale che arriva dall’entourage del ministro della Salute, dopo che ilfattoquotidiano.it ha sottoposto formalmente la questione al ministero per un mese e mezzo a intervalli regolari a partire dal 16 marzo scorso, senza avere risposta di alcun genere e tipo.

Eppure in Conferenza Stato-Regioni alcuni ritengono che il tema non sia sul loro tavolo proprio perché il ministero della Salute avrebbe dovuto portarcelo. Fatto sta che dieci giorni fa il neonato comitato lombardo Open Rsa Now (Orsan) presieduto da Dario Francolino, ha tentato di smuovere le acque inviando una lettera appello al presidente Massimiliano Fedriga, per sensibilizzarlo “su un tema di civiltà che riguarda tutti i parenti e i familiari delle oltre 350mila persone ospiti delle residenze sanitarie assistenziali (RSA) italiane” e chiedergli, “in qualità di presidente della Conferenza Stato-Regioni, di portare sul tavolo del Governo le istanze di noi parenti e familiari degli ospiti delle RSA chiedendo che venga fatto di tutto, attraverso l’elaborazione di rigidi protocolli sanitari, per riportare, entro il 3 maggio 2021, i nostri anziani e le loro famiglie alla normalità di una relazione umana“.

Questo anche alla luce numeri contenuti nell’ultimo Report nazionale Andamento temporale dell’epidemia di COVID-19, 5 Ottobre 2020 -14 Marzo 2021 dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha evidenziato un forte calo “sia dell’incidenza della malattia fra residenti e operatori, sia nel numero di residenti contagiati e posti in isolamento e sia, anche se in misura ancora minore, nel numero dei decessi”, nonostante il quale “stiamo assistendo a un preoccupante immobilismo istituzionale sul tema RSA, fondato su concezioni che non hanno nulla di scientifico“, si legge ancora nella lettera di Orsan a Fedriga datata 16 aprile che al 26 aprile non aveva avuto ancora risposta. Né diretta né indiretta, tramite i fatti. In assenza dei quali il comitato è pronto a rivolgersi “alla magistratura, avviando una class action insieme al network di associazioni che ci stanno supportando e sono al nostro fianco in questa battaglia di civiltà che stiamo combattendo al fianco e per i nostri cari”.

Nel triangolo d’oro delle responsabilità c’è spazio anche per l’Istituto Superiore di Sanità. “Ci sono le linee guida dell’Iss che al momento nessuno ha ritenuto di modificare”, sostiene Genesio Icardi, assessore alla sanità della Regione Piemonte e coordinatore della Commissione Salute della Conferenza Stato-Regioni ricordando che il Piemonte ha stanziato 40 milioni di euro per ristorare le Rsa degli introiti perduti con il Covid. “Adesso io credo che sia opportuno un allentamento delle regole, ritengo che dovremmo chiederlo, ma non è competenza della Conferenza Stato Regioni”, dice a ilfattoquotidiano.it sostenendo che “sono le strutture che non vogliono assumersi la responsabilità e ci chiedono linee guida più aperturiste, in realtà non possiamo andare contro l’Istituto Superiore di Sanità. L’unica strada è invitare Brusaferro e sollecitare delle linee guida che siano per così dire più permissive dal punto di vista degli accessi. Non è nostra competenza, ma chiederlo è un atto politico, lo possiamo fare ed è giusto farlo”.

È questo il contesto che vede Letizia Moratti pronta a sparigliare le carte. L’assessorato al Welfare della Regione Lombardia interpellato in merito da ilfattoquotidiano.it , sottolinea come dopo l’introduzione delle cosiddette certificazioni verdi (o patenti vaccinali) che consentono di derogare ad alcuni divieti di spostamento o di accesso a specifici eventi, la Vice Presidente lombarda “si farà promotrice, per il tramite della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, dell’avvio di un celere iter legislativo finalizzato proprio all’aggiornamento normativo nazionale per gli accessi in sicurezza di familiari e visitatori nelle RSA e nelle strutture assimilabili, facendo ricorso proprio alle certificazioni verdi”. Non solo. “Nelle more di questo percorso, la DG Welfare è già impegnata in tavoli tecnici che vedranno coinvolti anche rappresentanti degli Erogatori e degli utenti, per la condivisione di specifiche linee guida attualizzate”, spiegano da Palazzo Lombardia.

Sempre su questo fronte, lunedì 26 aprile la Giunta lombarda ha approvato un provvedimento che “garantisce alle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) e alle strutture socio-sanitarie, a titolo di ristoro, quasi 200 milioni di euro. In particolare circa 100 milioni sono in attuazione della legge regionale n. 24/2020, 80 milioni per i ristori secondo quanto stabilito dal Decreto legge Ristori e circa 17 milioni di euro per le ‘maggiori produzioni’ nel 2020″, spiega una nota aggiungendo che le Ats stanno per inviare ai circa 2.150 enti beneficiari delle misure un fac-simile da restituire entro il 17 maggio. “È una delibera – ha commentato la Moratti – che va incontro alle innumerevoli richieste che ci sono arrivate negli ultimi mesi dalle direzioni delle Rsa, delle loro rappresentanze e di tutte le altre strutture. Una domanda che non ci lasciava e non ci ha trovati sordi o insensibili. Come è noto, infatti, la pandemia ha messo a durissima prova le Residenze sanitarie assistenziali e i loro operatori. C’è bisogno di una nuova ripartenza. Abbiamo lavorato per assicurarla”. La Regione ricorda inoltre di aver rivisto al rialzo i tariffari dei servizi semi residenziali per anziani e i budget per l’assistenza domiciliare per 10,5 milioni. “Era importante – ha commentato ancora Moratti – dare risposta quanto prima alle richieste di chi offre un servizio fondamentale al territorio e al rischio di un aumento delle rette, se non addirittura di chiusura delle strutture”, che pure in seguito alla vaccinazione stanno registrando “un azzeramento di decessi e contagi“.

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