Primo inciampo sul Piano di ripresa e resilienza per il governo Draghi. L’atteso Consiglio dei ministri – che inizialmente avrebbe dovuto svolgersi venerdì pomeriggio – è iniziato solo alle 22 di sabato sera. In mezzo, ore di tensione e trattative: prima con le forze di maggioranza sulla proroga del Superbonus, poi con la Commissione europea, da cui dipende l’esborso degli oltre 200 miliardi. Secondo fonti di governo il documento “nel suo complesso è chiuso” e il ministro dell’Economia Daniele Franco all’inizio della riunione ha annunciato che dopo le lunghe interlocuzioni con Bruxelles ora c’è il via libera (“green light”). L’esecutivo europeo aveva espresso riserve su alcune riforme, in particolare il capitolo che riguarda il fisco e quello che punta a migliorare il clima economico per le imprese (“business environment”). Il dialogo è proseguito per tutto il giorno e c’è stata anche una telefonata tra il premier e la presidente Ursula von der Leyen.

La via d’uscita per arrivare all’accordo politico superando l’impasse sulla proroga del Superbonus era stata invece individuata nel pomeriggio. Il Movimento 5 Stelle, ideatore della maxi detrazione per i lavori di efficientamento energetico, e Forza Italia, che sostiene la misura in chiave di ripresa dell’economia, chiederanno al premier di impegnarsi ufficialmente – magari nell’informativa che terrà lunedì e martedì alle Camere – a inserire la proroga al 2023 nella prossima legge di Bilancio o in un alto provvedimento. I 5 Stelle vogliono un “segnale inequivocabile” e “garanzie nero su bianco”, ha scritto in una nota la delegazione del M5S al governo, composta dai ministri Stefano Patuanelli, Federico D’Incà e Fabiana Dadone e Luigi Di Maio, che su facebook ha comunque dato l’accordo per fatto: “Come ha detto il Ministro dell’Economia Daniele Franco, nei prossimi provvedimenti verranno stanziati i fondi“. Le risorse attualmente a disposizione, invariate rispetto a quelle previste dall’ultima versione del piano scritta dal governo Conte, ammontano 18 miliardi di cui 10 di fondi europei e 8 nazionali. L’estensione al 2023 ne richiede altri 10.

A chiedere a gran voce di reinserire il superbonus nel Recovery era stato anche Giuseppe Conte. In un post su Facebook, in mattinata, l’ex premier aveva scritto che “la transizione ecologica è una priorità sia per me che per il Movimento 5 Stelle. È un’occasione imperdibile per il nostro Paese e non può essere rimandata per difetto di lungimiranza o carenza di volontà politica. In quest’ottica, il superbonus 110% è una misura fondamentale per consentire non solo di salvaguardare il nostro Pianeta e abbattere in modo significativo le emissioni, ma anche per permettere a milioni di famiglie di risparmiare sui costi dell’energia e di rendere più sicure le proprie case sul piano antisismico“. Conte ricorda poi che grazie al superbonus “si stanno creando migliaia di posti di lavoro con cantieri diffusi su tutto il territorio”. La sua presenza nel Pnrr è quindi “essenziale“. “Non possiamo permetterci di creare incertezza sul futuro di questa misura”, aggiunge il leader in pectore del Movimento. Anche perché “il Parlamento si è espresso in modo chiaro e compatto sulla necessità di prorogare il superbonus almeno fino al 2023 a tutti i soggetti e a tutte le tipologie di edifici. Tutte le categorie produttive lo ritengono fondamentale per risollevare il settore dell’edilizia e dare certezza agli investimenti. Questo Governo ha abbracciato la svolta della transizione ecologica e per questo bisogna essere conseguenti. La misura del superbonus va prorogata fino al 2023 e, anzi, è necessario intervenire per renderla ancora più semplificata. Occorrono segnali politici forti e chiari“.

In mattinata era stata la ministra Maria Stella Gelmini a riferire che il collega Franco le aveva dato “rassicurazioni” sull’intenzione di valutare in corso d’anno le risorse effettivamente necessarie per la proroga, in base al successo della misura attualmente in vigore fino a fine 2022, e stanziarle poi in manovra. Nel primo pomeriggio si è fatto sentire anche il Pd: il capogruppo in commissione Bilancio al Senato, Daniele Manca, ha scritto che “sarebbe importante che il governo, nel predisporre le misure del Pnrr, trovasse, nelle forme e nei modi che riterrà più opportune, le risorse per prorogarlo”. Più tardi è intervenuto Nicola Zingaretti: “Su #superbonus si sta andando avanti e bene. Può essere una svolta vera. È molto importante che il Governo proroghi fino al 2023 uno strumento rivoluzionario”.

Un assist era arrivato anche dall’Abi – Associazione bancaria italiana – secondo cui “la certezza del diritto, la massima semplicità possibile e la stabilità, almeno fino al 2023, delle misure messe in campo sono fondamentali per consentire di sviluppare adeguati programmi di investimento in questa materia che è intrinsecamente complessa”. In una nota, il presidente Antonio Patuelli e il dg Giovanni Sabatini parlano di “determinante incentivo alla ripresa di importanti filiere della nostra economia”.

La misura, introdotta con il decreto Rilancio di maggio 2020 ma operativa da agosto, è già stata più volte rimaneggiata e a oggi consente di prenotare il credito d’imposta per i lavori entro giugno 2022 in caso di abitazioni singole, con possibilità di arrivare a fine anno per finire i lavori per i condomini che a giugno abbiano già completato almeno il 60%. Per le sole case popolari, gli edifici Iacp, è possibile allungare fino a giugno del 2023. Finora l’incentivo ha interessato più le abitazioni singole che i condomini, dove le assemblee per approvare i lavori sono state rese più complicate anche a causa del Covid. Guardando alla dimensione dei lavori, peraltro, l’analisi dell’Ance evidenzia che “si rilevano interventi mediamente più grandi nel Mezzogiorno (125mila euro), contro una media per il Centro Nord che si attesta intorno ai 117mila euro (dato complessivo 119mila euro circa)” e che si tratta comunque di valori “triplicati nel Mezzogiorno e quadruplicati nel Centro-Nord” rispetto a febbraio. Lo strumento ha registrato al 13 aprile oltre 10mila interventi per quasi 1,2 miliardi, con un aumento costante, il 9,2% rispetto ai 15 giorni precedenti, con buone performance anche al Sud come si evince da un’analisi dell’Ance sugli ultimi dati del monitoraggio congiunto Mise-Enea.

Un altro tema che sta alimentando le tensioni è quello della governance del Piano di ripresa e resilienza, il nodo su cui a gennaio è caduto per scelta di Matteo Renzi il governo Conte. Draghi punta infatti a creare una cabina di regia affidata a Palazzo Chigi con il contributo dei soli ministri competenti, che però sono perlopiù di area tecnica. I partiti temono quindi restare tagliati fuori dalla gestione dei fondi europei. Divisioni anche su quota 100 – che la Lega punta a mantenere nell’ambito di una più ampia riforma pensionistica – sul fisco, sulle liberalizzazioni. “Credo ci siano correttivi da apportare riguardo la politica industriale e la rigenerazione urbana”, dice ancora il coordinatore di Fi Antonio Tajani. “I fondi destinati al Sud non devono essere inferiori al 40%”. Il problema, però, è che il tempo per le trattative sta finendo: l’esecutivo puntava a dare una prima bollinatura al Recovery entro il weekend, in modo tale da inviare il testo alle Camere e dare un minimo di tempo ai parlamentari per avanzare eventuali modifiche. Ma al momento non è chiaro se la riunione si terrà più avanti nella giornata o se verrà spostata a domani. Dopo il passaggio in Parlamento è poi previsto un ultimo via libera in Consiglio dei ministri. La partita va infatti chiusa entro il 30 aprile, quando la versione definitiva del Piano dovrà essere spedita all’Unione europea. Pena uno slittamento nell’invio delle prime risorse per risollevare il Paese dalla crisi causata dal Covid.

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