La palla con un sibilo sfiora il sette, dalla curva si leva un “uhhhh” di reale stupore per quel tiro geniale e bellissimo. Ma il portiere è già pronto a battere la rimessa dal fondo: il pallone è uscito, sono stati i centimetri, giudici supremi del campo, a segnare il confine tra ciò che è storia e ciò che non lo è. Come sempre, d’altronde. Pochi secondi prima quel pallone era a terra al limite d’area: punizione a un metro dalla bandierina del calcio d’angolo. Poche storie: da quella posizione se sei mancino (e molto dotato) puoi pure provare a tirare in porta, se sei destro devi metterla in mezzo, perché pure a calcetto con gli amici se tiri d’esterno destro col rischio di figuraccia quotato 1 a 1, ti prendi gli insulti, ad andar bene. Ma a Fabian Alberto O’Neill Dominguez da Paso de los Toros, Uruguay, degli insulti non frega assolutamente nulla. Prende il pallone, tira col suo esterno destro che quanto a dotazione c’è poco da discutere e sfiora il sette: senza segnare però. L’avesse fatto quel gol sarebbe entrato nella storia: ma pure di questo, a Fabian, non frega granché; anzi, probabilmente non frega nulla in assoluto. Bada al sodo Fabian, ma nella sua accezione personale il sodo è alterare lo stato delle cose: con l’alcol, fuori dal campo, o ubriacando gli altri dentro. Cos’altro è se non una traiettoriaubriaca” quella punizione d’esterno destro praticamente da calcio d’angolo, che promette d’essere un capolavoro e poi finisce fuori?

Certo, quei centimetri spesso sorridono a Fabian: e già da ragazzino fanno capire che ha qualcosa in più. Gran fisico, piede che canta, un estro che il suo sangue misto irlandese e latino ha modellato a puntino e un’infanzia di quelle ti lasciano i segni addosso. Finisce in mezzo alla guerra tra i genitori e cresce con nonna Mecha, tirando su qualche spicciolo, pare, facendo favori alle prostitute di Paso de Los Toros: un personaggio da romanzo di Gabriel Garcia Marquez. Già da piccolo assapora l’alcol: nella sua squadra giovanile, il Defensor, ironizzano sull’età presumibilmente avanzatissima di nonna Mecha, per tutti i compleanni millantati da Fabian per saltare gli allenamenti. Ma quelle carezze alla palla, quelle punizioni, quella visione di gioco attirano l’interesse del Nacional Montevideo, che lo tessera. Poi arriva la chiamata del Cagliari: quale terra migliore per un urugayano? E Fabian lo dimostra: l’esordio col Napoli è un tripudio di tacchi, tunnel, esterni al bacio, poi però arriva la retrocessione. Va malissimo con Gregorio Perez (e come potrebbe essere altrimenti, se Perez è un simbolo del Penarol e O’Neill lo è del Nacional?), malino con Mazzone. Poi arriva Ventura che lo trasforma in una sorta di regista avanzato: è la gioia. Regala calcio, assist, perle: dai suoi piedi passano le salvezze dei sardi come quella punizione all’ultimo minuto col Perugia, 22 anni fa.

Si diverte, a spese degli avversari, come dimostrano i tre tunnel consecutivi a Rino Gattuso all’epoca della Salernitana, o grazie ai tifosi che gli offrono da bere nelle nottate sarde sapendo di fare cosa gradita. Quei numeri attirano l’attenzione della Juventus, conscia di poter perdere Zinedine Zidane, prima o poi, e nonostante le voci sui vizi, pronta a fare dell’urugayano l’erede di Zizou. L’affare si fa, e Luciano Moggi lo prende per 18 miliardi di lire più il cartellino di Raffaele Ametrano. Ma a Torino non va: non è l’ambiente per uno che se ne frega di tutto, che considera anomalo vedere gente arrivare al campo in giacca e cravatta, allenarsi, fare la doccia e andare via. Perciò Fabian non sfonda, seppur qualche riconoscimento importante da quelle parti lo otterrà, anche se postumo all’esperienza bianconera. Anni dopo, Zinedine Zidane, interrogato sul calciatore più forte con cui avesse giocato non ha avuto dubbi a rispondere Fabian O’Neill. Opinione condivisa da Serse Cosmi, che lo ha allenato al Perugia nell’ultimo scampolo della sua esperienza in Italia. Il resto, dopo Torino, è il ritiro a soli 29 anni, la lunga, lunghissima dipendenza dall’alcol fino alla crisi dell’ultima estate che lo ha portato in ospedale, e una vita vissuta come quel calcio di punizione d’esterno: ridendole in faccia, del resto chi se ne frega.

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