di Jakub Stanislaw Golebiewski*

Quello che ha parlato, o meglio, urlato attraverso i social nel primo pomeriggio di qualche giorno fa non è stato il Beppe Grillo che per anni ha guidato gli attivisti del M5S in moltissime battaglie politiche. E’ apparso nervoso, preoccupato e allarmato, come potrebbe esserlo qualsiasi genitore nel sapere che il figlio potrebbe trovarsi presto dietro le sbarre. E chissà per quanto tempo! Quegli sfottò cinici e pieni di comica arroganza ai tempi dei vaffa day hanno lasciato il posto alle urla di un uomo sull’orlo della disperazione, a testimonianza che anche un “elevato” può crollare e perdere il contatto con la realtà.

A mio parere Grillo nel corso degli ultimi 15 anni non ha mai sbagliato un colpo nella comunicazione di massa; in questa occasione, invece, è apparso non lucido e allo stesso tempo arrabbiato, pronto a dire e fare tutto pur di difendere e proteggere suo figlio da ogni accusa, colpevole o innocente che sia.

Perché le sue parole hanno generato tanta indignazione? Forse perché ha rotto un silenzio che era doveroso, dato che si trattava di una vicenda dolorosissima ma privata e sulla quale la magistratura prenderà una decisione. Grillo ha scelto invece di intervenire pubblicamente con parole sbagliate, quelle stesse che vengono date in pasto nei salotti televisivi. Quelle che servono per condannare in 16:9 senza alcun processo. Per rispondere correttamente, però, bisogna essere in grado di leggerle per ciò che rappresentano per un uomo ormai distante dalla politica e per questo ancora più fragile.

Grillo ha prestato il fianco, non ce l’ha fatta ad evitare di dare in pasto le sue paure e paranoie a una vetrina mediatica e, in veste improvvisata di avvocato difensore del figlio, ha fatto autogol, mettendo in atto il più classico degli schemi di “vittimizzazione secondaria” che ripete sempre lo stesso cliché: le donne non sono credute, la violenza viene banalizzata e il comportamento delle vittime giudicato come se fossero loro le imputate, carnefici di una violenza perpetrata su se stesse.

L’accusa che pende sulla testa di Ciro e dei suoi compagni è pesantissima: avrebbe violentato insieme ad altri tre ragazzi una studentessa. Una cosa è certa, però: colpevoli e vittima hanno comunque diritto all’accertamento della verità non su Facebook o alla Camera dei Deputati, ma dentro un’aula di tribunale. La questione invece è entrata in Parlamento con manifestazioni di solidarietà da parte di alcuni compagni di partito e di ripulsa da parte di avversari politici. Tra questi Matteo Salvini che nel 2017 twittò prontamente tutti i suoi pregiudizi sulle vittime di stupro, dubitando delle accuse che due studentesse americane avevano rivolto ai carabinieri (entrambi poi condannati).

In Italia ci sono più di 100.000 Carabinieri che fanno bene il loro lavoro.
Hanno tutta la mia stima, guai a chi li…

Pubblicato da Matteo Salvini su Sabato 9 settembre 2017

A mio avviso avversari politici, toccati direttamente o indirettamente da inchieste, hanno colto l’occasione per rinfacciare a Grillo di essere la vittima di una caccia alle streghe partita proprio da lui, da quella ventata di giustizialismo che negli anni ha infiammato le spade di coloro che volevano decapitare ladri e corrotti ma che alla fine sono stati costretti a fare harakiri.

Come in ogni processo per stupro le versioni di accusati e vittime sono contrapposte: la ragazza dichiara di aver subito violenza, i ragazzi si difendono negando gli addebiti, parlando di sesso consenziente. Quella di Grillo però, più che una difesa, è stato un disperato atto di accusa contro la magistratura, la stampa e la ragazza – rea di aver denunciato le violenze dopo otto giorni – suscitando così anche la reazione offesa e ferma della famiglia.

Grillo si domanda: “Perché non li avete arrestati subito? Perché vi siete resi conto che non è vero che c’è stato lo stupro”. Per poi chiosare: “Se dovete arrestare mio figlio perché non ha fatto niente, allora arrestate anche me, perché ci vado io in galera”. Un gioco di parole che rappresenta a pieno tutta la nostra italianità nella difesa dei figli a tutti i costi.

È facile rispondere che l’arresto può essere fatto solo in flagranza di reato, se c’è pericolo di fuga, inquinamento delle prove o pericolo di reiterazione del reato: la magistratura non può togliere la libertà senza motivo a indagati in attesa di processo. Mi sento però umanamente vicino a Beppe Grillo, al padre che sta vivendo un dramma che non è augurabile a nessuno; allo stesso modo mi sento, e dovremmo essere tutti, moralmente accanto alla ragazza e alla sua famiglia, che stanno attraversando un momento molto più difficile.

In tanti dovrebbero comprendere che quando si ha a che fare con la vita delle persone, con vicende così delicate, sarebbe più che mai opportuno che i fatti venissero trattati dai media con rigore, evitando conclusioni affrettate o sensazionalismi. Purtroppo per Grillo il video ha sortito l’effetto opposto: da due giorni una vicenda che era rimasta tutto sommato defilata dalla scena mediatica è sulla bocca di un’opinione pubblica polarizzata che processa, condanna e sentenzia. Ora sugli indagati, ora sulla ragazza che ha denunciato.

* presidente dell’associazione “Padri in Movimento”

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