Jack Ma, uomo più ricco della Cina, padrone e fondatore del colosso dell’e-commerce Alibaba, dalla cui piattaforma transita un oggetto oggi cinque venduti nel paese, abbassa la testa. Averla alzata troppo, arrivando al punto di sbeffeggiare il modo in cui Pechino gestisce il sistema bancario, aveva indispettito, e non poco, le autorità del gigante asiatico. Due giorni fa Alibaba ha accettato di pagare 2,7 miliardi di dollari (2,3 miliardi di euro) all’antitrust cinese per chiudere l’istruttoria aperta a suo carico. Mossa che segna una tregua tra il gruppo dell’e-commerce e Pechino ma che non priva l’Antitrust di altri strumenti di pressione. Tutte le precedenti operazioni di acquisizione del gruppo possono potenzialmente finire sotto la lente del regolatore. Dopo l’accordo il titolo del gruppo ha ripreso a correre in borsa, dopo aver perso circa il 30% negli ultimi sei mesi. La speranza degli investitori è che ora le autorità mollino una presa che stava diventando asfissiante

Ma c’è di più. Oggi Ant Group, fintech controllata da Alibaba al 33% e specializzata in prestiti on line, ha annunciato che farà domanda per diventare una holding finanziaria controllata dalla banca centrale cinese, rivedendo così le proprie attività per adattarsi a una nuova era di regolamentazione più rigorosa per le società di Internet. Il nuovo piano renderebbe, quindi, Ant soggetta agli stessi requisiti a cui sono soggette le banche in Cina. In una dichiarazione, la Banca popolare cinese ha affermato che i rappresentanti di Ant sono stati convocati per un incontro con quattro agenzie di regolamentazione.

Se non è una resa incondizionata poco ci manca. Completa retromarcia rispetto allo spirito con cui la società era nata e con cui, lo scorso novembre, si apprestava a sbarcare alla borsa di Hong Kong in un collocamento che avrebbe dovuto fruttare fino a 37 miliardi di dollari. Avrebbe perché lo sbarco in borsa saltò a pochi giorni dall’inizio del collocamento per lo stop delle autorità cinesi. La filosofia di Ant era proprio quello di insinuarsi e modernizzare, un sistema del credito “imbalsamato” cove a chi e a che condizioni prestare viene sostanzialmente deciso dal governo. Che può permettersi di fare il bello e il cattivo tempo anche grazie ad una prolungata politica di repressione finanziaria per cui i risparmiatori cinesi non hanno alternative al deposito nelle banche pubbliche, su cui ricevono però interessi più bassi rispetto a quelli di mercato.

La decisione Ant Group dovrebbe verosimilmente ridurne prospettive di guadagni e valore. Secondo i termini dell’intesa Ant taglierebbe il collegamento giudicato “improprio” dalla banca centrale, con il servizio di pagamento AliPay, con l’azienda di carte di credito Jiebei e con l’unità di prestito al consumo Huabei. La banca centrale cinese ha anche chiesto ad Ant di smantellare il suo “monopolio sulle informazioni e di rispettare rigorosamente i requisiti della regolamentazione delle attività di informazione creditizia”.

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