di Federico Zanon*

Banalizzando. Questo l’incipit dell’intervento del presidente Draghi sugli psicologi che avrebbero saltato la fila delle vaccinazioni. Ed effettivamente è stata una banalizzazione grossolana e gratuita, quella di Draghi. Che non ci si aspetterebbe da un Presidente del Consiglio che conosca le situazioni di cui parla.

Non si può prendere ad esempio negativo una sola categoria professionale sanitaria, quando il sistema intero fa acqua. Il piano vaccinale in vigore testimonia un errore di programmazione del governo, che ha dato luogo ad applicazioni distorte delle priorità vaccinali da parte delle Regioni e delle Asl.

L’Oms aveva dato precise linee guida per le priorità vaccinali per gli operatori sanitari, contenute in questo documento che l’Italia ha totalmente disatteso nel suo piano vaccinale. Secondo le indicazioni dell’Oms, gli operatori sanitari avrebbero dovuto essere ripartiti all’interno del piano vaccinale insieme al resto della popolazione, secondo fasce di priorità in base a quattro livelli di rischio: low, medium, high, very high. Invece, il governo ha scelto di adottare la definizione unica di “operatore sanitario in prima linea”, una dizione non tecnica e non giuridica che non qualifica nulla. E che quindi ha finito per comprendere tutti.

Non è peraltro nemmeno una questione di categorie professionali. Molti psicologi, per l’effettiva attività che svolgono, potrebbero tranquillamente essere più a rischio di un infermiere o di un medico. Ma non lo sapremo mai, perché il piano vaccinale italiano non prevede una valutazione del rischio effettivo degli operatori sanitari. Anche le categorie professionali hanno avuto, però, il loro margine di responsabilità. Da parte di molte professioni, sanitarie e non sanitarie, ci sono state pressioni sulle Regioni e sul governo per essere incluse in priorità nelle vaccinazioni. Ma queste pressioni hanno attecchito su una mancanza di chiarezza delle regole a monte, che avrebbe dovuto essere gestita dal governo.

Sotto a tutto questo, schiacciati fra la pandemia e le difficoltà di lavoro, ci sono i singoli professionisti. Certo qualcuno ne avrà approfittato. Ma la maggior parte dei professionisti ha semplicemente risposto a una chiamata della propria Asl, anche per effetto della recente – e giusta – introduzione dell’obbligo vaccinale per gli esercenti le professioni sanitarie, che a questo punto non hanno più avuto scelta. Ma anche questo provvedimento non ha migliorato le cose, perché ancora una volta si è persa l’occasione di chiarire che obbligo non significa priorità, e di stabilire una volta per tutte una chiara scala di priorità in base al rischio e non per categorie professionali.

Nella migliore tradizione, di questa situazione ora è colpa di tutti e di nessuno. E l’operazione banalizzante di incolpare gli psicologi è la prova dell’incapacità di trovare vere responsabilità e vere soluzioni. Sono andati in priorità 1,4 milioni di presunti ‘operatori sanitari in prima linea’. Presunti, perché nessuno si è mai preoccupato di verificarne l’effettivo livello di rischio. Ma è ovvio che non possono esserci 1,4 milioni di sanitari in prima linea. I dipendenti dell’intero sistema sanitario nazionale sono in tutto 600mila. Anche aggiungendo liberi professionisti, precari e chiunque vogliamo, sono comunque in priorità vaccinale 800mila persone in più di tutti gli occupati del SSN intero.

È evidente che qualcosa non torna. E a non far tornare i conti non sono certo i 111.000 psicologi italiani, dei quali molti non ancora vaccinati e molti altri vaccinati con il vaccino AstraZeneca, che fino a pochi giorni fa era comunque interdetto agli over 60. Draghi se la prende con gli psicologi, ma qui è tutto il sistema da rivedere. Gli psicologi hanno semplicemente cercato di seguire le regole, stare nel contesto, e proteggere i propri assistiti.

*Psicologo, vicepresidente ENPAP

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