E’ in programma per fine aprile il nuovo incontro dell’Organizzazione mondiale del commercio (World Trade Organization) che vedrà nuovamente contrapporsi i paesi che chiedono che i brevetti sui vaccini anti Covid vengano messi a disposizione di tutti per facilitarne la diffusione e gli stati che si oppongono a questa soluzione. Sostanzialmente da un lato ci sono una settantina di Paesi, capitanati da India e Sud Africa, dall’altri tutti i paesi occidentali, più il Brasile che ospitano le grandi multinazionali del farmaco. La tesi di chi è contrario alla messa a disposizioni dei brevetti è che questo non garantirebbe sostanziali incrementi della produzione mentre verrebbero penalizzate aziende che hanno investito nella ricerca. E’ anche vero però che molte di queste ricerche sono state finanziate in larga parte da fondi pubblici e che quella che viviamo è una situazione inedita.

Valgono poco le dichiarazioni di alcune case farmaceutiche, come Moderna, che affermano di mettere a disposizione il brevetto ma si riservano la possibilità di ritirarlo sostanzialmente a loro discrezione. Opzione che scoraggia investimenti per le complesse linee produttive necessarie. Il problema è che il programma vaccinale a livello globale procede lentamente. Ampie aree del globo e buona parte della popolazione rischiano di rimanere scoperte e questo pone a rischio tutta la campagna di immunizzazione poiché facilita la nascita di nuove varianti non coperte dal farmaco.

In vista del prossimo vertice Wto, People’s Veccine Alliance (PVA) di cui sono membri anche Oxfam ed Emergency, ha realizzato un’indagine tra gli epidemiologi da cui emerge chiaramente la consapevolezza di questo rischio. I due terzi di 77 medici provenienti da 28 diversi paesi avvertono che abbiamo al massimo un anno per non vanificare l’efficacia dei vaccini di prima generazione e contenere le mutazioni del virus; un terzo ritiene invece che il tempo sia inferiore a 9 mesi; solo meno di 1 su 8 valuta che i vaccini a disposizione funzioneranno qualunque sia la mutazione. L’opinione largamente prevalente è quindi quella secondo cui in assenza di una campagna di vaccinazione di massa a livello globale, in tempi brevi, le varianti del Covid19 sono destinate a prendere il sopravvento allungando, di molto, i tempi necessari a sconfiggere la pandemia e aumentando a dismisura il numero di contagi e vittime.

Secondo i calcoli della PVA, al ritmo attuale però solo il 10% della popolazione nella maggior parte dei paesi in via di sviluppo sarà vaccinata nel prossimo anno. Quasi tre quarti degli esperti coinvolti è convinto che la condivisione della tecnologia e la sospensione della proprietà intellettuale siano gli strumenti per aumentare la produzione mondiale di dosi. Ma il paradosso – avvertono Oxfam ed Emergency – è che di questo passo anche i vaccini di seconda generazione allo studio per contrastare le varianti del virus, potranno essere soggetti al regime di monopolio garantito all’industria farmaceutica, quindi ancora una volta potremo andare incontro a scarsità di produzione e disuguaglianza nell’accesso. Un circolo vizioso che vedrà la fine solo rendendo i vaccini un bene pubblico globale. Pva rivolge dunque un appello urgente a Governi e Big Pharma per una condivisione di tecnologie e brevetti, in vista della riunione dell’Organizzazione mondiale del commercio.

“Fino a quando soltanto una parte della popolazione mondiale avrà accesso ai vaccini, il virus avrà la possibilità di circolare, di replicarsi velocemente e quindi di mutare. I dati di cui disponiamo oggi ci suggeriscono che non abbiamo molto tempo, probabilmente tra 9 mesi e un anno, prima che si sviluppino e diffondano mutazioni del virus che riducano l’efficacia dei vaccini attualmente disponibili. Questa è una guerra che i paesi ricchi non possono vincere da soli”, spiega Antonino Di Caro, virologo dell’Istituto nazionale di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani”

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